Bonobo Power: turismo ed ecoturismo nella foresta congolese

La Repubblica Democratica del Congo è tante cose: un paese sterminato, la culla della seconda foresta pluviale più grande del mondo, uno degli angoli meno esplorati del pianeta, sia dal punto di vista antropologico e linguistico che da quello ecologico, ambientale. Il patrimonio che si cela tra le anse degli affluenti del suo rio è inestimabile: si parla di specie animali e vegetali ancora non documentate, una varietà di gruppi umani che rivaleggia con quella delle altre grandi “protopatrie” di questo mondo, dal Brasile, alla Nigeria, a Papua. Quando si parla di polmoni continentali, di riserve che infondono simbolicamente vita a tutto ciò che le circonda (e le si visualizza come mantici, che pompano aria in ogni direzione, attizzano fuochi, soffiano energie in virtù della loro semplice esistenza), questo fascio di acque in mezzo all’Africa ha senz’altro tutti gli attributi per rientrare nel novero.

Si pone, però, un problema di accessibilità. La ricchezza di questo paese conosce da lungo tempo le vie peggiori dell’esportazione, dallo sfruttamento forestale a quello minerario, a quello umano. Le vessazioni cui questa terra è stata sottoposta conoscono raramente eguali, e il risultato, tra le altre cose, è che le possibilità rimaste per fruire di questo sconfinato bene in pace sono rimaste come atrofizzate dalla storia. Ricordo quando chiesi all’ufficio informazioni del Parco Nazionale delle Salonga, patrimonio dell’umanità UNESCO e più ampio parco forestale del continente, delle dritte su come visitare la zona protetta. La risposta, riassumendo, fu semplice: 20 giorni di barca da Kinshasa, o circa 8000 dollari d’aereo. Ci si domanda, a queste condizioni, che tipo di vantaggio culturale e turistico questa risorsa possa mai costituire per il suo paese (un paese che di turismo soltanto potrebbe, in via teorica, almeno raddoppiare il proprio bilancio annuo, che si assesta intorno a 6 miliardi di dollari).

Uno scorcio del Parco di Virunga, Repubblica Democratica del Congo. Foto di Lorenzo Maselli.

Lo stesso vale per i grandi parchi dell’est, a partire dagli straordinari Virunga, costantemente esposti a scorribande di gruppi armati che risultano, non di rado, in omicidi e depredazioni. Da una parte, ovviamente, ci sono le esigenze della conservazione: un minore flusso di persone semplifica la gestione di territori talvolta rimasti miracolosamente vergini fino ad oggi. Dall’altra, però, restano aperti i temi della fruizione: un patrimonio dev’essere aperto, accessibile, deve permettere di generare valore, non solo ovviamente economico, ma sociale e culturale. Un patrimonio dell’umanità, inaccessibile a tutti?

Un modello forse virtuoso di ecoturismo si può trovare, paradossalmente, proprio alle porte di Kinshasa. “Lola ya Bonobo”, il santuario dei bonobo, è un’oasi di foresta costiera dove un gruppo di guardiane e guardiani si occupa di sottrarre al mercato nero i bonobo rapiti dai bracconieri nel triangolo delle Salonga. Queste creature, le più prossime agli esseri umani tra i grandi primati sia dal punto di vista genetico (condividono il 98% del patrimonio genetico dell’homo sapiens sapiesn) che da quello comportamentale (appartengono ad una delle poche specie in natura ad intrattenere rapporti sessuali, anche di tipo omosessuale, per motivi esplicitamente ricreativi), sono spesso oggetto di caccia per cibo da parte delle popolazioni locali, a dispetto, tra le altre cose, di un esplicito divieto legale. Mentre i genitori vengono ammazzati e le loro carni vendute nei mercati della foresta (sono probabilmente queste, tra le altre cose, le dinamiche che hanno portato al salto di numerose specie infettive dagli animali agli esseri umani nel corso degli ultimi decenni), i piccoli vengono portati sulle grandi piazze e venduti come animali di compagnia.

Due esemplari di Bonobo nel loro habitat naturale. Foto di Lorenzo Maselli.

Qui, quando possibile, intervengono le persone di Lola: recuperando gli orfani dai canali illegali, senza alcun sostegno da parte dello stato, costoro provvedono: dapprima a riabilitarli alla vita sociale, col supporto di una madre umana che lavora come “surrogato” del genitore ucciso; e poi a riabituarli lentamente alla vita selvaggia, prima di riportarli al nord, nel loro habitat naturale.

Così facendo, Lola ya Bonobo adempie da un lato a un’alta funzione civile e sociale (valorizzazione della cultura della legalità in un contesto lungamente umiliato da consolidate pratiche extralegali e illegali), e dall’altro a un compito ambientale ed ecologico straordinario (salvaguardia di un patrimonio che deve restare intatto per la tutela sua e nostra), riuscendo al contempo a promuovere l’economia locale, attrarre (modesti ma crescenti) flussi turistici e diffondere conoscenza e sensibilizzazione su temi altrimenti sottorappresentati in Congo e altrove. Lola, così, resiste contro un modello di sfruttamento territoriale che prevale con la forza a Kinshasa e altrove nel paese.

Un cucciolo di Bonobo si rilassa fra le braccia di un’attivista del “Lola”. Foto di Lorenzo Maselli.

Quanto ancora potrà andare avanti resta da vedere. Ogni visitatore è incoraggiato a lasciare una donazione, e il contributo versato viene usato interamente per le spese legate al mantenimento delle comunità di bonobo presenti nell’oasi. Noi, in questa sede, non possiamo che incoraggiarvi ad informarvi su questo piccolo, splendido esempio di resistenza, in un contesto dove resistere è forse più difficile che altrove.

Per ogni informazione su Lola ya Bonobo, e per sostenere gli sforzi delle guardiane e dei guardiani dell’oasi, visitate: https://www.bonobos.org