Congiuntivi, cultura pop ed ansia di classe: riflessioni di una insegnante americana di lingua italiana

Sapete quante volte qualcuno mi ha suggerito di far vedere ai miei studenti di lingua e cultura italiana il videoclip della canzone “Il congiuntivo” di Lorenzo Baglioni, presentata a Sanremo giovani nel 2018? Non li conto più. Ed io sono ben contenta di mostrare loro questo video pop, anche se forse non per i motivi didattici che inspirano tutti questi miei “consiglieri”.

Lasciatemi spiegare un po’ meglio la situazione a chi ancora non conoscesse questo pezzo di musica leggera (“anzi, leggerissima!”) ed il suo videoclip. “Il congiuntivo” è una canzone di Lorenzo Baglioni in stile boy band, il cui testo si apre con un elenco di coniugazioni che definiscono in termini abbastanza tecnici il corretto utilizzo di questo modo verbale tutto italiano. Come canta lo stesso Baglioni nel ritornello, infatti, “il congiuntivo ha un ruolo distintivo / E si usa per eventi / Che non sono reali / È relativo a ciò che è soggettivo / A differenza di altri modi verbali.” Nel videoclip, un giovane presenta all’amata un biglietto a forma di cuore con scritto: “Se io starei con te, io sarei felice.” Inutile a dirsi, la signorina in questione non apprezza un biglietto tanto sgrammaticato e fugge in lacrime. Servendosi di un manuale di grammatica, il protagonista del video si rende poi conto del suo errore. Egli si reca quindi nuovamente dalla donna con una serie di cartelli (che ricordano una famosa scena dal film Love Actually) su cui ha scritto le coniugazioni del congiuntivo in forma corretta. A questo punto la damigella (che nel frattempo stava piangendo sopra un ritratto di Dante) gli perdona tutto. “E adesso che lo sai anche tu, non lo sbagli più,” canta Baglioni in chiosa. Fine del video e titoli di scorrimento in sovraimpressione. Divertente, no?

Il brano viene dal primo album del cantautore, “Bella, Prof!” (2018), le cui canzoni trattano in modo comico diverse materie scolastiche: dalla matematica al latino. Questa ossessione per l’educazione scolastica da parte di Baglioni non stupisce, dato che il cantautore ha anche un dottorato in matematica. E fin qui tutto bene. È certamente possibile che qualche professore di biologia delle scuole medie o superiori abbia insegnato l’anatomia del muscolo cardiaco tramite il suo videoclip stile reggaeton. Potrebbe averlo trovato utile, almeno credo. Personalmente ho avuto qualche difficoltà a spiegare il congiuntivo tramite i video di Baglioni nei corsi universitari di lingua italiana che insegno.

Come diceva un famoso classico della disco music, però, “please don’t let me be misunderstood”! Come ho già scritto, io il video virale di Baglioni sul congiuntivo l’ho fatto vedere qualche volta ai miei studenti, ma non esattamente per spiegare loro il congiuntivo. La canzone non è adatta a questo scopo se non superficialmente, priva com’è di esempi pratici. Invece ho usato questo video per mostrare la differenza fra grammatica prescrittiva e descrittiva, ovvero fra la grammatica dei manuali e quella d’uso comune. Infatti, la semplice esistenza di questa canzone pop (scritta non per un pubblico di stranieri come i miei studenti, ma per il palco tutto italiano di Sanremo) dimostra ampiamente che l’uso prescritto del congiuntivo non è universale. Ed è giusto che i miei studenti lo sappiano. Non vi preoccupate, gentili lettori e lettrici; il congiuntivo glielo insegno, e pretendo che lo usino. Ma se i miei studenti andranno in Italia, sentiranno che la lingua utilizzata nel Bel Paese è estremamente diversa da quella da loro affrontata sui manuali. Il che è una cosa naturalissima, linguisticamente parlando.

Fra l’altro, mi è capitato di vedere recentemente un altro videoclip di Baglioni, intitolato “Piuttosto Che”, che parla, per l’appunto, dell’uso corretto (quantomeno dal punto di vista della grammatica prescrittiva) della locuzione italiana “piuttosto che.” E lì (scusatemi se qui non mi esprimo in un bell’italiano da professoressa) mi sono rotta il belin (si sente che ho vissuto a Genova, vero?). Tutta ‘sto gran can can per spiegare che un certo uso di due parole ti dovrebbe marcare come ignorante a vita? Voglio dire, qui non stiamo parlando di un modo verbale o di un costrutto sintattico complicato, ma di una semplicissima locuzione lessicale. È chiaro che la canzone e il videoclip sono state create per far divertire i ragazzini delle medie. Però da insegnante non vedo proprio il senso pedagogico di tutto questo sdegno per un uso scorretto del “piuttosto che”. E questo mi ha fatto pensare. Da dove viene questo sdegno tutto italiano per l’uso scorretto del congiuntivo ed altre amenità lessicali come il “piuttosto che”?

Qui mi tocca dire che negli anni che ho passato in Italia, anche all’inizio quando stavo ancora imparando l’italiano e facevo ancora un sacco di errori, solo poche volte mi è capitato di sentire un commento sgradevole o di sentirmi giudicata per il mio uso imperfetto della lingua. Gli italiani non sono mai stati molto pedanti nei miei confronti. Ma nei confronti degli altri italiani sì, il che aggiunge un ulteriore elemento alla mia riflessione. Questa mia impressione, fra l’altro, è anche supportata dai principali organi di informazione italiani. Qualche settimana fa, per esempio, ho visto sulla pagina Facebook di Repubblica un link ad un articolo di Concita de Gregorio dal titolo “L’agonia del congiuntivo”. Non è stato tanto un titolo tanto melodrammatico ad impressionarmi, quanto i commenti (quasi 900!) postati in coda all’articolo dai suoi lettori. Tutti questi commenti, indignati per la supposta morte imminente della bella grammatica italiana, si possono riassumere in quattro parole di Catoniana memoria: “O tempora, o mores!”

Perché la gente si preoccupa così tanto se il loro prossimo non usa più il congiuntivo come “si deve”? C’è chi mi dice che gli Italiani potrebbero perdere qualcosa, forse la capacità di ragionare al livello dell’ipotesi e della possibilità, se mai smettessero di usare il congiuntivo. Ma i Francesi hanno forse smesso la loro capacità di filosofare da quando hanno smesso di usare il congiuntivo imperfetto? Ogni concetto che si esprime con il congiuntivo secondo la grammatica prescrittiva si può anche esprimere con altri costrutti nel parlato informale (la cosiddetta parole, come la chiamava il famoso linguista svizzero De Saussure). C’è anche chi, a proposito del congiuntivo, fa un discorso di tutela della cultura o della storia nazionale. Capirei se queste persone si lamentassero del costante aumento degli anglicismi nella lingua italiana di uso comune. Ma, come ci ha insegnato con ironia il buon ragionier Ugo Fantozzi, l’uso dell’indicativo al posto del congiuntivo è un fenomeno linguistico originale del tutto italiano.

A mio parere, tutta questa ansia nei confronti del corretto uso del congiuntivo nasce da ben altra cosa. E questa cosa è la stessa che provoca l’orticaria presso tutti puristi di tutte le lingue, inclusa la mia: l’ansia di classe. In una società caratterizzata da un’economia in cui i posti di lavoro sono sempre più scarsi e le protezioni per chi il lavoro ce l’ha sono sempre più precarie, vi è una forte tendenza culturale verso l’abbandono di ogni sentimento di solidarietà di classe e la sua sostituzione con dinamiche di competizione sociale sempre più spietate. In questo contesto, sempre più persone insistono che solo la gente istruita sia meritevole nella vita; e chi sbaglia il congiuntivo tutto sommato la povertà e l’isolamento sociale un po’ se li merita.

Tutto sommato, questo non è neppure un fenomeno particolarmente recente o originale; da sempre c’è (in Italia e nel mondo) chi definisce come rozzo ed ignorante ogni cambiamento linguistico. Ma le regole linguistiche non sono leggi morali, e non le dobbiamo trattare come se lo fossero se non vogliamo trasformare la nostra pedanteria in violenza sociale. Detto questo, ci terrei a tranquillizzare tutti i puristi della lingua all’ascolto. Non preoccupatevi: continuerò a dire ai miei studenti che faranno bella figura in Italia con un bel periodo ipotetico di terzo grado con tanto di congiuntivo trapassato azzeccato. Se non lo farei, non starebbi facendo bene il mio lavoro, n’est pas?

Mary Josephine Migliozzi