Elefanti a Rieti: il circo, la pandemia e l’impossibilità di un nuovo realismo magico

Nella vita ci si abitua a tutto. A Rieti negli scorsi mesi ci siamo perfino abituati a vedere gli elefanti brucare. È incredibile con quale velocità l’eccezionalità diventi normalità. È un po’ come in quella di novella di Flaiano,  Un Marziano a Roma, in cui l’alieno Kunt atterra a Villa Borghese suscitando enorme curiosità tra i cittadini, i media, gli ambienti vaticani, la suburra. L’Alieno viene invitato ovunque, e molti vi si affidano addirittura come fosse un nuovo messia. Dopo pochi mesi però la novità smette di suscitare interesse. I romani iniziano addirittura a sbeffeggiare Kunt, che si ritrova costretto ad interpretare una particina da marziano in un film in cerca di finanziatori allo scopo di sbarcare il lunario. Non spoilero oltre, ma è una di quelle novelle che andrebbero lette a prescindere.

Un elefante a Rieti.

Più che una novella di Flaiano, però, questa  degli elefanti a Rieti potrebbe essere una storia che piacerebbe a Zavattini, un’ambientazione perfetta per quel suo realismo magico poi ispiratore di Marquez. C’è il mondo esagerato, rumoroso e roboante del Circo, prima di tutto, in questa storia. Un circo itinerante che un bel giorno, tra le due fasi della pandemia, tira su il tendone nel punto esatto di confine tra il quartiere di Campoloniano e il quartiere di Villa Reatina. Giusto il tempo di due spettacoli e il nuovo lockdown blocca gli show, ma soprattutto costringe i circensi, di norma girovaghi, a rimanere a tempo indeterminato fra i due quartire del capoluogo reatino.

Il primo è un quartiere moderno, palazzi residenziali che hanno fagocitato le rare villette che sorgevano da queste parti prima dell’arrivo dei palazzinari. Il grosso degli abitanti di Rieti oggi vive in questa zona. Tutti dicono che non si comprerebbero mai una casa a Campoloniano. Dopo un paio d’anni però finisce sempre che ti invitano ad una festa di inaugurazione della loro nuova casa, chiaramente a Campoloniano. Se glielo fai notare ti rispondono che il Centro Storico è umido e che comunque qui non è più come vent’anni fa che non c’era niente e che ora ci sono i bar, i ristoranti (tutti misteriosamente di pesce) e perfino una chiesa ortodossa. Villa Reatina è invece un quartiere popolare, antica roccaforte rossa in una città abbastanza nera, panni appesi al sole e, fino a qualche anno fa, quando i ragazzini dei quartieri popolari si distinguevano con decisione dai ragazzini dell’egemonia (l’entropia di Pasolini qui è arrivata in ritardo), infinite partite a pallone in strada, ginocchia sbucciate e nonni al bar a tirare giù appassionate madonne e tredidenari.

Il tendone del Circo, bloccato a Rieti dalla pandemia

Il confine ideale tra i due quartieri è il Palazzo dello Sport, quel PalaSojourner dedicato all’indimenticabile pivot americano Willie Sojourner, simbolo di una città che nel basket ha trovato occasione di riscatto ed orgoglio identitario fino alla notte magica di Liegi del 1980.  Tecnicamente il PalaSojourner si troverebbe nel quartiere di Campoloniano. Non a caso il palazzo si chiamava Palaloniano prima della morte beffarda di Sojourner (un giorno ve ne parlerò, di quell’americano pazzo che da queste parti trovò sia la gloria che la morte). Ma all’interno sono stati vissuti pomeriggi talmente sanguigni, appassionati, di lacrime e gioie, promozioni sul fil di sirena, retrocessioni all’ultima giornata, fallimenti societari, e chi più ne ha più ne metta, che a mio avviso i suoi gradoni appartengono più alla viscerilità di Villa Reatina che ai toni pacati di Campoloniano.

Il PalaSojourner di Rieti

In questa  sceneggiatura, Zavattini prenderebbe due ragazzini di Villa Reatina, di quelli con le ginocchia sbucciate. Possibilmente non troppo dissimili a Pasquale e Giuseppe di Sciuscià, giusto un pochino meno emaciati, figli insomma di un’Italia diversa dove il quartiere popolare fatica a mantenere vive, per vergogna ,le proprie caratteristiche. Le classi subalterne vogliono essere un po’ tutte moderne ed in linea con Campoloniano, inutile girare intorno al problema. In realtà credo che se il tendone del circo fosse rimasto bloccato da queste parti negli anni ’80 del secolo scorso molti più ragazzini curiosi avrebbero bazzicato tra i recinti delle bestie esotiche. Ho visto pochi bambini incantarsi di fronte all’imprevisto del circo bloccato dalla pandemia. La morte del fanciullino nei fanciulli non so a chi sia imputabile. I più decisi certamente punterebbero il dito contro Zuckenberg, ma credo che in questo caso vi sia bisogno di un’analisi un poco più profonda e di sentenze meno decise.

Il cammello del Circo, anch’egli bloccato a Rieti dalla pandemia

Per raccontare la vicenda di questi ragazzini che si infilano tra le gabbie delle bestie esotiche (zebre, bufali e cavalli arabi la fanno numericamente da padron) o nel recinto dove la giraffa e l’elefante brucano l’erba bruciata (non dal sole ma dalle automobili parcheggiate che su questo prato di confine in occasione delle partite di pallacanestro) credo che uno Zavattini dei giorni nostri si troverebbe costretto a collocare la vicenda entro e non oltre la metà degli anni ’90, quando, a mia sensazione, i fanciulli  hanno via via abiurato all’innocenza e alla meraviglia. Ovviamente non ho alcun dato scientifico per dimostrare questa cosa che, anzi, potrebbe essere una gran fesseria. Chi lo sa? Forse i ragazzini hanno bazzicato poco la tenda del circo bloccato durante i mesi della seconda pandemia per una qualche questione etica. In fondo, questa generazione è cresciuta con una diversa coscienza animalista, inculcata loro da genitori e media particolarmente attenti al tema.

Per alcuni il Circo, lo sappiamo, è un luogo di sofferenza, prigionia e ingiustizia. In gran parte condivido questa posizione, ma da ormai grigio ex radicale continuano ad interessarmi più le condizioni disumane dei carcerati che quelle dei facoceri. Da inguaribile bambino, per me il Circo resta una festa e un’occasione per vedere dal vivo animali strani e meravigliosi che altrimenti potrei incontrare solamente in Africa o nel Sud-Est Asiatico. Non mi sento insomma pronto ad impegnarmi per la causa degli animali del Circo. Vi dirò di più. In fondo in fondo, provo pure una certa pena pure per quei cagnoloni che dite di amare tanto, ma che poi costringete in monolocali di pozzettiana memoria mentre vi scandalizzate per il fatto che la giraffa del Circo dovrebbe tornare nella Savana (luogo dove, fra l’altro, la giraffa in questione non è mai stata in vita sua, e nel quale finirebbe probabilmnte finirebbe sbranata dal primo leone a disposizione nel tempo che passa tra il goal di Grosso e quello di Del Piero in Italia-Germania dei Mondiali 2006).

La zebra del Circo attende pazientemente di riprendere la sua vita girovaga

Ammetto però di essere pronto ad abiurare a questo mio cinismo di maniera se mi fate rivedere il cartone di Dumbo, vero shock della mia infanzia insieme alla morte del cavallo Artax della Storia Infinita. Comunque come Pasolini ad un tratto non poté più fare neorealismo (non avendo più neanche le fisicità attoriali adatte, distrutte dall’entropia borghese), probabilmente neanche l’inventore del realismo magico (e di fatto del neorealismo desichiano) sarebbe riuscito ad inventarsi una storia decente in tempi come quelli attuali, nonostante la disponibilità di uno spunto fantastico quale quello di un circo traboccante di animali esotici bloccato tra una periferia e un quartiere residenziale di provincia durante un’imprevista pandemia globale.

Ecco, più che gli elementi per una vicenda neorealista di bambini che si perdono tra le gabbie ed i recinti progettando di rapire l’elefante, probabilmente perfino Zav finirebbe per scrivere una  storia tipo l’Esercito delle 12 Scimmie. Io però ho una confessione da fare. Giusto o sbagliato che fosse, io ci sono andato a vedere gli animali bloccati a Rieti, sotto il cielo che vide i ganci di quel pazzo reatino niru di Willie Sojourner.