Francis Bacon. Man, Beast, and Breakfast.

Com’è facile aspettarsi in questi casi, privi di sensazionalismo e ammantati dalla non-coolness dei paesaggisti del XIX secolo, l’età media dei visitatori, presso la mostra di Constable, era oltre la settantina, con mio estremo sollievo e gaudio. Non correva nessuno, nessuno si osservava l’un con l’altro, ci si concentrava e la fretta era stata lasciata alla porta, la condizione ideale, soprattutto al centro di una metropoli, per godersi una mostra, un’oasi di pace.

L’opposto di quello che è accaduto poco dopo.

Esattamente come spesso succede quando si ha terminato un libro che si è lasciato divorare complice, non si è in grado di fare una pausa e il sentimento di vuoto lasciato dalla fine della contemplazione paesaggistico-interiore, è stata riempita da un’altra monografica, enorme, quella di Bacon dal titolo “Man and Beast”, conclusasi lo scorso 17 aprile. Dopotutto era nello stesso edificio ed era dal 2019 che non vedevo un suo trittico. Bulimia artistica, ammettiamolo, un’addiction meravigliosa.

A scanso di equivoci, e per correttezza nei confronti dei lettori, sarò chiara, sono forse una delle cinque persone al mondo che non ama particolarmente Francis Bacon, sua maestà IL pittore, uno degli intoccabili. Se ve lo state chiedendo sì, ho letto, ho visto, ho riletto e rivisto, sono perfino andata a Dublino a visitare la ricostruzione del suo studio londinese ricomposta da un team di archeologi. No, non ho cambiato idea.

Trovo tutta la sua opera una sinusoide irregolare e abbastanza confezionata. Alcune opere fantastiche, altre fatte con noia. Forse anche questo fa parte del suo irripetibile percorso in modo significativo ma che non riesco ad apprezzare. La stessa sensazione che ho davanti a certi Picasso, sembrano fatti in serie, con variazioni flebili. Sono una bimba di Klee, chi più agli antipodi di Bacon non si può.

MA.

Senza farmi fagocitare dalla folla di cappellini di Ganni, cappotti oversize e sneakers monumentali[1], mi faccio trasportare dai gialli, dalle mani e dalle schiene che diventano montagne (russe), dalle gabbie graffiate, dal disinteresse con cui le righe appaiono copiose e si impiantano come quinte serissime.

Superata un’altra nube di studenti in pvc e catene (con rammarico penso che purtroppo poco ci è rimasto nel mio armadio), penso che quello che preferisco di più in B. sono i cani, il loro roteare, i rosa e ritratti senza papi, cardinali, senza preti, senza divise, soprattutto quella dell’omosessuale. Il bianco in B. è possente, è la paura, forse per questo lo odio (questo bianco, non B., il sublime)? E’ sempre un bianco grasso che non si commuove.

Gli ombrelli e le curve sono fenomenali, soprattutto nei trittici, c’è una sacralità che va verso il sovrano di queste disposizioni, Beato Angelico. Toglie l’oro che non troverebbe eco, e aggiunge una dimensione atomica, quella dell’esplosione.

La prima volta che ho visto un suo trittico dal vivo era il 2015, la mia prima oscena e divertentissima volta a Londra. Alla Tate c’eravamo io e una scolaresca di ragazzini che si sbellicava sotto lo sguardo sdegnato dell’insegnante per il fatto che Bacon si chiamasse così. Un pezzo di carne a colazione, dopotutto un riassunto sfacciato e banalizzato di alcune percezioni di sue opere.

La mostra, come già menzionato, era sterminata, soverchiante, come le tele stesse. Non c’è la guerra, c’è la sua guerra, c’è il suo Cristo, ci sono le ossa e le rotondità che saranno care a generazioni di illustratori e artisti a venire. A me sembrano anche comodissime per dormirci. Ci sono delle tauromachie, non c’è Hemingway però, da nessuna parte. Sono lotte appostate in una sala absidale quasi, che ti guardano fra un punto cardinale e l’altro.

Perdo mio marito, non me ne accorgo e parlo con il signore accanto a me dando per scontato che sia lui. Il malcapitato mi guarda inebetito e un poco schifato, in parte perché sembro la sorella malconcia di Jacques Cousteau ma anche perché sto criticando il pittore.[2]

Forse Bacon è un miscuglio di stoffa e aghi, quanto più amo e quanto più non sopporto ma quegli aghi non diventano mai chiodi e quella stoffa non sempre è avvolgente. E’ una composizione irregolare e inebetente di consolazione e cupezza infinita, quasi frattale vista la sua ripetizione e l’inserzione di strade e tende e bocche analitiche e sparate a proiettile. Le righe soffrono ma, alla fine, resistono e vincono.

Note
[1]: Chiedo perdono per la mia superficialità di osservazione.
[2]: Ho già detto che Bacon mi porta sfiga?