I paesaggi di Gainsborough, i broccoli e un livido North Yorkshire

Circa un mese e mezzo fa ho visitato presso la  York Art Gallery una mostra dal titolo Young Gainsborough: Rediscovered Landscape Drawings. Per chi non avesse familiarità con il sopracitato artista di nome Thomas, si sappia che si tratta di  un esimio pittore inglese del XVIII secolo dalle folte sopracciglia, lunghe pennellate e una spietata capacità di disegnare. L’esposizione, che durerà fino a febbraio 2022, celebra la precoce carriera dell’autore inglese attraverso venticinque disegni attualmente di proprietà personale della regina Elisabetta II, gentilmente concessi agli occhi bramosi dei visitatori e attribuiti all’autore solo dal 2013.

Vengono affiancati a tanto ben di dio dei suoi anni giovanili alcuni dipinti di paesaggi e oli di altri colleghi (come Jacob van Ruisdael) a cui G. si è ispirato in gioventù. Non vi sto nemmeno a descrivere la distanza siderale fra la nitidezza e la sintesi degli “sketch” del nostro protagonista e la maniera un po’ madida degli altri paesaggisti (a volte ravvedo del sadismo curatoriale, di sicuro non intenzionale, nell’affiancare delle sberle artistiche totali, globali alle tele di pittori magari assai celebrati al loro tempo ma che appaiono impietosamente piccoli se spinti verso un paragone in questo senso).

Il succo di tutta questa operazione è anche celebrare e cementare la versatilità di G. nella sua approfondita ricerca da paesaggista, pratica che lui amava in particolare. Rischiando di essere ovvia sottolineo il fatto che per me questa tensione a riprodurre e interpretare la natura non è una sinfonia minore bensì una chiamata divina. A mio parere infatti la Gioconda rovina lo sfondo, per dare una misura della mia passione verso i paesaggi ed “il retro”.

Recentemente ho avuto l’opportunità di conversare con Hugh Brigstocke, storico dell’arte inglese che ha dedicato una sostanziosa parte della sua vita e della sua ricerca al Cinquecento lombardo e in particolare a Procaccini. Dopo qualche chiacchiera su quanto ami il nord Italia, l’Accademia Carrara, Bergamo e i casoncelli, passiamo a parlare di Moroni. A quel punto non posso resistere e gli chiedo: “Come mai voi inglesi amate tanto i ritratti?”. Io mi ero già fatta un film a episodi su potenziali risposte. Film: Ep. 1) Il Regno Unito è storicamente un Paese fatto di personaggi, nobiltà, quindi si celebra il singolo, l’indipendenza e soprattutto le dinastie messe in piedi da questi. In tal senso i ritratti suggellano le linee dinastiche come un’orogenesi nel tempo che le srotola. Meno Madonne e più parrucconi. Ep. 2) La numismatica e la celebrazione del potere (vedi punto 1). Ep. 3) Non lo so. Ep. 4) Per stagliarsi ancora di più contro l’aniconicità di alcune culture che sono e sono state dominate dagli Inglesi. Qui mi fermo perché altrimenti non se ne esce.

Al che il Prof. Brigstocke candido mi guarda, fa un sorrisone e mi risponde: “Ma perché i ritratti mantengono le persone in vita.” Elementare Watson, svejate Arià. Un respiratore per la memoria? A me è venuto in mente l’episodio di Downton Abbey quando Lady Violet risponde alla figlia che le chiede cosa renda gli inglesi così inglesi dicendo che alcuni sostengono sia la loro storia mentre lei tende a dare la colpa al tempo. Le due risposte coincidono, nel mio mondo di pensieri stesi senza che si asciughino mai, perché sono affermazioni vitali rassegnate alla sopraffazione della vitalità, la prima che passa da degli occhi dipinti vividamente e la seconda dalla pioggia che cade (e pervade) creando la più ampia gamma di verdi che il mondo conosca.

Le facce sono quindi più importanti e interessanti degli alberi? Per attraversare l’animo di una persona, artisticamente parlando, ci si concentra e poi, eventualmente, tra proiezioni, osservazione, conoscenza personale del soggetto e botta di fortuna, lo si può fare. Si può ritrarre qualcuno anche attraverso la sua casa, la sua assenza, i suoi oggetti, la sua spesa. Capite bene che può essere ben più insidioso cercare di cogliere un paesaggio che cambia in maniera repentina in poche ore e che non ha sopracciglia o palpebre cadenti, mandibole provate e rughe d’espressione ammiccanti.

Fondamentalmente perché il paesaggio, naturale o manipolato che sia (e in questa mimesi gli inglesi sono da sempre dei maghi), può stare lì da migliaia di anni e mutare sempre. Noi umani no, noi ci illudiamo di essere unici mentre siamo soltanto giovani. Facciamo parte dello 0.3% degli esseri viventi, quelli “animati”, che popolano il pianeta da meno tempo e alleniamo il nostro sguardo su di noi e le nostre facce anziché su ciò che ci circonda e che sembra suggerire un nuovo modo di vivere e categorizzare il pianeta. Niente paura, non continuerò facendo un pippone sull’ecologia.

Tornando a Gainsborough, la mostra è fatta bene non solo per l’allestimento, il non affollamento e la non giustapposizione di opere, ma anche perché ci sono disegni sporchi, macchiati di olio di lino, con delle ditate che diventano chiome, ombre evanescenti e quantomai tattili. Si sente il vento fischiare sotto il vetro museale. Si capisce, anche senza conoscere le sue corrispondenze, che la sua passione non era sbilanciata verso i ritratti, che saranno invece quelli che lo renderanno celebre e rivale del famigerato, e non meno talentuoso, Sir Joshua Reynolds.

Proprio quando non posso fare a meno di immaginarmi G. con il naso colante durante le interminabili sedute nel salotto all’aperto della campagna del Suffolk, scopro che quando l’artista lavorava in studio utilizzava, per riprodurre le copiose fronde degli alberi, dei broccoli e dei sassi. In questo modo poteva controllare con acribia ogni punto di vista e ogni volume. Una meraviglia, soprattutto per chi soffre d’ansia.

Sull’onda di una ritrovata e promossa dignità estetica delle suddette crucifere, mi addentro nelle ultime sale che, tra gli altri, hanno in display un trittico di Jade Montserrat insieme al duo Webb-Ellis. Questi artist* hanno speso la prima parte delle loro vite nel North Yorkshire, luogo in cui sono ambientati i tre film che compongono ‘Clay, Peat, Cage’ del 2015, opera che per la prima volta viene proposta negli ambienti della galleria di York.

Diversi temi emergono da questo lavoro, come l’appartenenza di/ad un luogo-paesaggio e la sua gestione che tocca direttamente anche il tema dell’ecologia e della crisi climatica (alcune riprese sono state girate in un’area di caccia e ne appaiono anche strumenti, come le gabbie per le volpi). Emergono anche la condizione dell’essere una donna nera (Montserrat è la protagonista umana dei tre video ed appare ingabbiata, in cammino e che si ricopre di argilla) e il rimando alle gerarchie che dominano il paesaggio rurale inglese. Nella stessa sala sono esposti anche alcuni taccuini che Montserrat ha utilizzato nelle fasi di sviluppo di questo lavoro.

Partecipare alla visione di questi film è realmente un’esperienza immersiva, pungente e al contempo fisicamente non opprimente, capacità raffinata questa considerando quanto invece emotivamente e mentalmente sia imponente. Tutto questo è reso ancora più interessante dal fatto che Montserrat ha partecipato alla Summer School del museo tenendo per gli alunni un laboratorio in cui i ragazzi sono stati invitati a disegnare dei paesaggi e a rappresentare il loro rapporto col lo spazio che vivono. Le opere sono impressionanti per potenza e assordante chiarezza, seppur cupa per i temi e quello che, alcuni in particolare, evocano. Su molti dei loro fogli ho ritrovato quello che il mio cervello ha urlato e ancora urla di questi tempi.

Uscendo dal percorso di visita mi sono sentita più consapevole (o per lo meno ne ho ricevuto l’illusione), friabile e incredibilmente sola. Mi sono percepita anche io di argilla senza essere gigante. Non ho potuto evitare di pensare che al piano superiore si trova una delle collezioni più prestigiose del Regno Unito di ceramiche contemporanee, che sicuramente non avrei visitato quel giorno.