Il bello di essere brutti: ciò che non si vede nello spazio urbano della provincia

Quest’anno, probabilmente in virtù di quello che Böhme definisce capitalismo estetico e cioè che le città attuano una trasformazione estetica per seguire un obiettivo di “arricchimento”, le amministrazioni comunali hanno deciso di spendere una forte quantità di denaro nell’installazione di luci, o “luminarie”, natalizie per rendere meno brutto quello che è un momento storico senza eguali.

Ma saranno bastate delle luci a calmare gli animi imbruttiti dalla pandemia? Alla fine, è stato un Natale diverso sicuramente non eravamo preparati a tutte queste limitazioni. O forse alcuni di noi si, ma resta il trauma per noi e per i nostri genitori che anche se dicono di aver provato la fame da dopoguerra, non hanno proprio preso bene questa storia dello stare in casa.

In realtà il mio lockdown l’ho passato a Torino, a Madonna di Campagna, ed è stato anche bello. Non solo per tutti gli aspetti legati alla socializzazione con il vicino o allo scoprire che ci sono altri esseri viventi, ma anche perché mi ha permesso di scoprire pienamente il quartiere che vivevo, fatto di immigrati come me, facendomi giungere alla conclusione di essermi praticamente trasferita a Foggia.

Inoltre, abitare alle periferie della città mi ha permesso di sviluppare una visione diversa di Torino, che sicuramente non è quella di una città vetrina, e per quanto possa sembrare assurdo la mia empatia si è sviluppata sul tram. Ogni giorno, prima della pandemia, il 3 era la mia seconda casa. E lì, nel vedere la gente passare, salire, scendere e gongolare, ho capito che c’è qualcuno che è più abituato di altri a: rinunciare, alla morte, alla sofferenza, alla pressione della privazione delle libertà, ed ho cominciato a pensare che alla fine, nonostante tutto, mi è andata bene.

Una casa ce l’ho, non sono del tutto straniero in un paese razzista e xenofobo, quindi non devo neanche pormi la domanda “ma io che non ho la cittadinanza italiana, eppure sto qui da 10 mila anni e pago le tasse in questo paese in cui sono costretto a stare, ho diritto ad essere curato se becco il coronavirus?”

Tutto questo per dire che nonostante io provi un senso di malessere nei confronti del mio paese di origine poiché non rispecchia in alcun modo il mio immaginario di abitare, capisco di essere comunque privilegiata e che quel senso di inadeguatezza deriva dal fatto che sono solo “meno ricca” rispetto all’élite della società in cui vivo.

Il mio lockdown l’ho passato a Torino, ma ero costantemente a telefono con i miei genitori per spiegargli quali erano le cose che potevano e non potevano fare, e questo ha messo a dura prova anche il nostro rapporto, poiché il mio essere così ligia alle regole aveva come risposta la seguente: “A Torino è così, qui no. Ti sei dimenticata da dove vieni?”

No, non l’ho scordato. Il mio paese ha un nome ed è Palagiano, ubicato nell’arco ionico della provincia di Taranto. E’ li che sono tornata, ma nonostante le luci l’ho trovato “più brutto” del solito. Sono passati quasi sei mesi da Natale e non è cambiato niente, anzi, la situazione è peggiorata. Non sono sicura che esista un colpevole unico per questa situazione se non una forte cecità ed incapacità di vedere ed accettare i propri limiti da cui, magari, ripartire.

C’è una strana convinzione secondo la quale rendere bello un posto invita i suoi fruitori a rispettarlo, e quindi a far sì che tutte quelle storie di mafia e degrado vengano cancellate per fare spazio alla civiltà più pura. Convinzione questa che si è insediata non solo nelle menti delle persone comuni come me, ma soprattutto nelle leadership politiche e negli stakeholder (cioè quelle persone che hanno interesse affinché determinati progetti prendano vita), i quali spingono per la realizzazione di queste operazioni di rinnovamento urbano convinti che i loro problemi di degrado sociale finiranno lì.

Teoria questa che viene definita “delle finestre rotte”, secondo cui se una finestra è rotta e la lasci rotta avrai più voglia di distruggere tutte le altre, se invece la finestra viene sistemata nessuno avrà voglia di distruggere nulla. È come dire che se in un posto trovo carte e sporcizia per terra mi sentirò legittimato anche io a sporcare, se invece il posto è pulito mi sentirò in dovere di rispettarlo e di non sporcarlo. Teoria che in parte è vera, l’impatto psicologico determina il nostro modo di agire, tuttavia se sono consapevole che gettare carte per terra fa male al pianeta di certo non lo farò anche se mi trovo nel Bronx, o a Torino a Madonna di Campagna.

Forse la questione reale è che nessuno si chiede perché la gente butta le carte per terra, o se ci sono abbastanza contenitori per l’immondizia, piuttosto si grida all’incuria, a cercare un colpevole senza capirne il perché e ciò ne comporta che il problema reale resterà lì e non verrà risolto praticamente da nessuno. Ecco, Palagiano è un po’ così, con quest’anima brutta e grottesca che scalcia impetuosa per venire fuori e guai provare a sedarla con solide argomentazioni, è molto improbabile riuscirci e a farsi male sarebbe solo chi ci prova perché ha l’arroganza di sperare un giorno di svegliarsi in un posto più vivibile…“più bello”.

Caterina A. Nicolini