Il Fendika

Il tassinaro. Che istituzione. Immaginatevi di averlo chiamato di sera, quando ha già fatto buio alle 18. Intorno senti le iene che, al calare della notte, cominciano a ridere sguaiatamente da tutte le parti, e ogni volta che ficchi la testa fuori dal compound ti senti vagamente spericolato, e vedi tua nonna, in qualche angolo del cervello, che collassa per la paura. “Andarsi a cercare la morte a pietrate”, dicevano. Ovviamente il rischio si corre in maniera pressoché indistinta, basta superare i proverbiali confini della Contea.
Eppure la gente non sa che il pericolo maggiore non è tanto la fiera, la terribile immagine della bestia africana, con tutte le sue storie spaventose (“e quella volta che si sono mangiate il console belga, allora?”; che poi sarà vero?), ma il mite, albertosordesco tassinaro.

Sfrecciare per le strade di Kebena non è la cosa più semplice del mondo, quando pensi, tutto il tempo, che l’ubriaco al volante sta per farti sfracellare contro un palazzo. E dentro di te senti montare due strane sensazioni: da un lato, la rabbia, neanche tanto l’angoscia, ma direi proprio la rabbia al pensiero che questo imbecille ti stia per ammazzare e neanche se ne renda conto; dall’altro, la fascinazione per l’idea che in fondo non sia neanche colpa sua, perché è la città che procede a singhiozzi, che ti risucchia, che ti impasta, che zompa le note giuste e ti frulla. E una musica comincia a sudarti fuori dalla fronte, come una febbre.

Scendi dalla macchina e la prima sensazione che hai è che verosimilmente sei morto, per la quinta volta in due giorni, ma non te ne sei accorto. E proprio quando ti sembra di essere sul punto di vomitare, l’insegna bianca su quelle porte sgangherate ti cattura lo sguardo. “Se devi crepare, crepa qua. Qua non è come là fuori”, sembra dirti. “Abbiamo fatto cinque, possiamo fare sei”, le rispondi. E ci ruzzoli dentro.

Negli anni ‘90 c’erano decine di azmari bet dalle parti di Kazanchis, dove con “bet” si legga “casa”, o bar in questo contesto, e con “azmari” qualcosa tipo “bardo”. I bar dei cantori, degli intrattenitori musicali. Finché, ovviamente, Addis non è esplosa, finché non ha cominciato a mangiare compulsivamente tutto quello che aveva intorno, e finché, nei primi anni Zero, il governo non ha cominciato a implementare i suoi piani espansivi per i quali, in sostanza, se hai un bene sul territorio cittadino, o lo trasformi in un palazzone che quelli del Corviale gli fanno un baffo, o, verosimilmente, verrai cacciato via a calci nel sedere. E questo è successo, puntualmente, a tutti gli azmari bet del quartiere.
Tranne uno.

Il Fendika, dal 2016 un centro culturale tra i più importanti del paese, rimane a combattere da solo contro un modello urbano che non gli è proprio, lo stesso che trasformò qualche anno fa la città di Menelik nel più grande autodromo del Corno d’Africa, dove i tassinari sono più pericolosi dei leoni. Il Fendika, oggi sotto costante pressione del governo per uniformarsi ai piani caltagironeschi di elevazione di Addis verso il cielo, e oggi ancora più provato dalla pandemia, cerca una strada per restare un simbolo di collaborazione, arte, musica, danza, per tutto il continente. Primo fra tutti a soppiantare l’uso delle mance come retribuzione per gli artisti, che ricevono invece un salario mensile dall’istituzione, il bar è un posto straordinario, ctonio, dove ti sembra di scivolare tra le luci del Quai Branly di Parigi, senonché qui l’arte non è dietro una teca, ma ti incalza, ti entra dentro, ti rimbambisce col suo tej (una sorta di idromele) e ti rapisce. È come se la musica, al Fendika, venisse costantemente ferita, dilaniata, ed esposta nella sua carne, come se potesse sanguinarti addosso e lasciarti estatico.

I ritmi bollenti della danza tradizionale, commista a influenze europee, asiatiche, americane, ma sempre inconfondibilmente ancorata al suo territorio, ti battono dentro mentre ascolti, e costantemente hai l’impressione di svenire e risvegliarti, incerto di essere sempre nello stesso posto, sempre nello stesso corpo.
Mentre vai a prenderti un altro tej, e cerchi un po’ d’aria nel pozzetto centrale dell’edificio, scopri un po’ l’umanità, talvolta smarrita, molto spesso gaia, che ti circonda. La ragazza che è sbarcata ad Addis per cercare suo padre – sa che sta lì, ma vaga per “il mostro” bussando casa per casa, forse non lo troverà, forse sì, ma lo fa lo stesso. La famiglia appena arrivata dall’Eritrea (“hanno giusto aperto l’ambasciata, forse che ce la facciamo ad arrivare in Italia?”), che voleva solo un po’ di Fendika prima di risbattere la capoccia contro il bordello là fuori.

E gli stranieri, ovviamente. Gli europei. Le band italiane, spagnole, olandesi, tutte lì per lavorare con Melaku, il padre fondatore del centro, e imparare da lui.
Esci da lì dopo ore di musica, e non ti sei accorto che sono passate. Esci, e riprendi un poco di aria, non troppa, quanto basta per sentirti rinascere, di nuovo. Hai sempre questo timore, già da prima, di essere morto senza saperlo, che tutto quanto sia solo un estremo limbo della tua testa che si rifiuta di accettare che il mondo è finito. E se così è, allora, che sia. Ti appoggi alla macchina, butti giù nei polmoni l’odore della città, misto di benzina e incenso, e permetti che ti rimbambisca. In effetti, qui potrei restare. Meglio che il tassinaro non arrivi.

(Per chi vuole sapere di più sul Fendika e sostenerlo nella sua lotta per una città migliore: https://fendika.org/about)

Lorenzo Maselli