Il ruolo del “trash” audiovisivo nella società postmoderna

Ci hanno considerato spesso degradanti e culturalmente non evoluti, mentre noi semplicemente interpretavamo il nostro tempo. 
(Pippo Franco)

Si potrebbero spendere fiumi di parole e milioni di caratteri per riflettere sul significato del postmoderno, addentrandoci nel suo essere sia simbolo del nostro tempo che stratificato e controverso apparato linguistico.

Ma quello che emerge costante e ricorrente in ogni discussione che riguarda il postmoderno è il suo essere necessità umana. A partire dai movimenti sociali fino ad arrivare alle continue contaminazioni artistiche che contraddistinguono il nostro tempo, appare chiaro che l’umanità contemporanea (o forse l’umanità da sempre?) si nutra di un dinamismo logico, un dialogo costante tra culture, stili ed espressioni, capace di ripensarsi e reinterpretarsi.

Questa continua ridiscussione dei significati permette all’umanità postmoderna di  rivalorizzare e comprendere tutto ciò che nei secoli precedenti era caduto vittima di etichette e gerarchie, così come di ascoltare il suono proveniente dalle discrepanze che la circondano e porre fine ad ogni tipo di manicheismo artistico, sociale, e culturale.

Restringendo il campo della nostra discussion e focalizzandosi sul discorso audiovisivo, uno dei principali percorsi tracciati dal postmoderno è quello che riguarda le etichette, i canoni stilistici, e la loro continua “reinterpretazione” – ostico limite questo, tutt’oggi ancora difeso. Etichette e canoni di “genere artistico” nel  più diffuso dei casi, che riguardano svariate dicotomie “cinefile” (l’atavica sfida tra cinema di genere e cinema d’autore, per esempio). Oppure la suddivisione del mainstream televisivo in categorie seriali, fiumane di opere banalizzate da una sola, grossa, lettera  maiuscola, in senso perentorio.

Seria A, Seria B, Serie Z: sono proprio le monolitiche identificazioni che il discorso audiovisivo porta avanti limitando le potenzialità del suo linguaggio e autolimitandosi per una discussione più stratificata. È quindi un fine distruttivo e caotico quello del postmoderno?  Cosa può emergere dalla dispersione delle etichette audiovisive tradizionali, se non un mondo senza più identificazioni e riferimenti?

Questi interrogativi non possono avere trovare univoca risposta (come da prassi postmoderna). Però possono esserci d’aiuto, ed in qualche modo fare da traino, per una ulteriore riflessione. Forse possiamo servirci dell’emblema delle etichette, e di tutto ciò che l’egemonia culturale dominante ha sempre scartato con un certo snobbismo per il suo non far parte di un armonia presupposta, in modo produttivo.

Il Brutto (cioè il “trash”), ovvero tutto ciò che non è conforme ad un discorso già precedentemente avviato e quindi in asincronia con il gusto di un’epoca, viene spesso banalizzato o taciuto, almeno all’apparenza. Perché il brutto è sempre stato accademicamente scostato a favore di un presunto bello. Il cattivo gusto, l’orrido ed il disgustoso rimangono però eternamente presenti nella dimensione umana. O meglio, preponderati e bisognosi di attenzione, seppur nascosti.

E quindi qua entra in gioco il protagonista della nostra discussione sul postmoderno, ovvero sua maestà il “Trash”.

Perchè non è forse il “Trash” un brutto consapevole della suo essere vittima di etichetta, quindi fiero del suo essere percepito brutto, diverso, sbagliato ed errato? All’interno di una estetica audiovisiva “Trash” l’etichetta sociale perde quindi la sua valenza di limite e diventa traiettoria, proiezione e dialogo con noi stessi, bisogno e necessita. Per citare una celebre frase di Paolo Bonolis, in breve, il cosiddetto “Trash” audiovisivo “fa emergere il lato grottesco che è nascosto dentro ognuno di noi”.

Il “Trash” è quindi araldo del postmoderno, fiaccola accesa nel mare caotico della sua discussione, e percorso luminoso da perseguire. E’ fine del brutto in quanto etichetta e limite, ma anche l’inizio del brutto come approccio esistenziale a ciò che ci circonda.

Il “Trash” va quindi capito, esaminato, sviscerato e riconosciuto come espressione pura dell’umanità e del suo tempo. All’interno della discussione audiovisiva, esso altro non è che un potenziale strumento per il rilancio di un futuro diverso e contaminato.

Davide Truchlec