Influencer di provincia: tette, censura digitale ed auto-affermazione nell’Italia dei social

Per esigenze professionali ed anche per appagare un certo ego, sono sempre stato un tipo molto social. Mi pento e mi dolgo per questo mia abitudine, che è comunque pur sempre meglio che rubare alle vecchiette o fondare un’ulteriore corrente minoritaria del partito minoritario di Calenda. Quando Andy Warhol disse che tutti avremmo avuto un quarto d’ora di celebrità, forse mi vide agitarmi nella sua sfera di cristallo mentre improvvisavo un sciopero della fame lo scorso febbraio contro non ricordo più quale angheria governativa.

Il fatto è che i cosiddetti social mi hanno dato una certa visibilità dalle mie parti, cioè tra i circa 55.000 abitanti di Rieti e comuni limitrofi. Diciamo che tra questi 55.000 cittadini, almeno un terzo, tra sponsorizzazioni social e rimbalzi sulle testate online, mi hanno avuto nell’ultimo anno tra i piedi. O, per meglio dire, prima sul pollice e poi sullo schermo. Non si tratta di moltissime persone. Ma sono comunque più gente di quelli che seguono online l’attuale candidato del PD alle prossime elezioni comunali del capologo provinciale (che, beninteso, qui a Rieti ancora non sappiamo chi sia).

Andy Warhol

Un mese e mezzo fa mi sono beccato un mese di espulsione da Facebook, che per uno come me che lavora nel settore privato con un pubblico di quarantenni/cinquantenni, è come per Eliud Kipchoge finire sotto il tram di Piazzale Flaminio. Addio programmazione, addio sogni di gloria, addio sponsorizzazioni. Mi hanno espulso per reiterato reato di pubblicazione di contenuti pornografici: avevo postato la foto di una con le tette di fuori. Il che, mi tocca ammetterlo, è una cosa savvero disdicevole in un social traboccante di neonazisti, negazionisti, e mille altri insostenibili spacciatori di violenza online.

Ma la legge non la si discute, soprattutto su Facebook. Provate a fare un ricorso alla sospensione e mi capirete. Una ragazza epilettica e di famiglia poco abbiente avrebbe avuto più possibilità di salvarsi dai santi roghi dell’Inquisizione nella Spagna del Quattrocento rispetto a quelle che ha una qualunque persona di vedersi accettato un ricorso da Facebook. La ditta di Zuckerberg ha pure recentemente fondato una specie di collegio d’appello interno al social, ma questi analizza una cosa come tre ricorsi al mese. Tre ricorsi provenienti da tutto il mondo. Quindi se siete un influencer afghano in questi giorni forse pure vi ascoltano. Ma se siete uno stronzo reatino come me la mail del vostro ricorso viene cestinata più velocemente di quella con le offerte dell’Esselunga. Il che è pure comprensibile.

Marc Zuckerberg

Quindi un mese e mezzo fa vagavo per le strade della mia provincia senza la possibilità di far sapere al mio pubblico cosa stessi facendo, dove fossi a prendere il caffè. Ero lì, senza più un’identità digitale al di fuori quella, decisamente poco appetibile, della mia carta di identità elettronica. Talmente elettronica, che fanculo è di plastica. C’è poco da fare: la pubblica amministrazione ama percularsi da sola. Ero lì, destinato a scomparire. Senza più quei follower che ora immaginavo, spaesati dal mio silenzio e con mille dubbi in testa, approdare a frotte verso non censurati, e dunque potentissimi, nuovi influencer di provincia.

La carta d’identità elettronica, che è di plastica.

Un giorno mia moglie mi chiede di  accompagnarla in un ambulatorio per una visita.  Saliamo le scale. Lei e io. Lei vestita normale, ed io ricoperto dal mio mantello dell’invisibilità digitale. Quel brutto mantello che non mi permette di taggarci nell’ambulatorio modalità selfie con l’hastag #andràtuttobene e il braccio muscoloso in primo piano. Roba da sessanta like facili e tredici cuori. Ma va bene così. Me ne sono quasi fatto una ragione, a vivere in modalità pre-social. Figo questo 2003.

Entriamo nell’ambulatorio e la sala d’attesa è mezza piena. La segretaria dietro la scrivania tira su lo sguardo.
“Buonasera…oh, ma tu sei Perelli! come stai?”
Rimango interdetto. Lei mi dà del tu. Sarà la mascherina, ma non mi pare di conoscerla.  Abbozzo uno: “Scusi ma…”
“Sì, è vero. Non ci conosciamo, ma ti leggo sempre su Facebook! Ora però è un po’ che non pubblichi niente.”
“Sì…mi hanno bannato”
“Che stronzi. Comunque sei il numero 1!”
Sorrido.

Pubblico su Facebook. Nonostante la censura ancora si ricordano di me. Volevo essere Tondelli. O addirittura Moravia. Osando, pure Pasolini. Mi censurano su Facebook. Ma oggi mi hanno riconosciuto. Sono imperfetto, e forse anche di nicchia, ma ho pur sempre il mio pubblico. Ed oggi Andy Warhol sarebbe stato fiero di me.