Iran, forfora e altre “sventure”

Tra il 149 a.C. e il 146 a.C. si combatte la terza guerra punica. Pare che, durante l’assedio, le donne cartaginesi si fossero tagliate i capelli per crearne delle trecce enormi da usare come corde per tenere insieme animi e porte della città e resistere così agli invasori latini.

Nel 1957 a Qazvin nasce Shirin Neshat, la più celebre e premiata artista iraniana, vincitrice di leoni ruggentissimi a Venezia, sia alla Biennale che al Festival del Cinema.

Pochi anni dopo, nel 1961, la Ricordi pubblica il terzo singolo di un genio della poesia e del ritratto, cioè Enzo Jannacci, vero maestro del surrealismo italico. Quel capolavoro era Il cane con i capelli.

1979, in Iran i capelli delle donne vengono banditi dalla vista pubblica.

Nel 1989, nasce a Kerman Hiva Alizadeh, artista famoso per le sue opere composte da sciami di coloratissimi capelli di nylon.
1993, Neshat crea uno dei suoi lavori più conosciuti e iconici, Unveiling, seguito da Women of Allah (1993 – 1997).
Shirin Neshat, Unveiling

La poetica dell’artista iraniana è talmente ampia da dover essere affrontata a volumi, ma questi lavori nati negli anni novanta sono un corpus che ben rappresenta l’iconografia per cui è famosa anche al di fuori del mondo dell’arte, tutta in bianco e nero. Unveiling tratta della politica di chi vive dietro il velo nelle nazioni islamiche. Una mostra snodata tra fotografia, scultura e video, volta ad esprimere cosa si prova dietro il velo.

Integrato in questo monumentale, e a suo modo leggerissimo, lavoro vi è quello di Furugh Farrukzad, poetessa persiana, i cui testi sono tuttora considerati radicali per incarnare la sensualità e l’indipendenza femminile. Unveiling non è un lavoro che critica la scelta di indossare il velo. Anzi, aggiunge complessità. Riflette proprio sull’esperienza femminile e da cosa questa sia definita, se dal velo o dal corpo. In questo modo Neshat smonta in maniera massiccia ed estremamente affilata ed elegante gli stereotipi (occidentali) attorno all’identità femminile nell’Islam.

In Women of Allah, l’accento è insistito sempre sulla relazione tra fondamentalismo islamico, supponenza occidentale e figura femminile. Neshat stessa dirà: “Every image, every woman’s submissive gaze, suggests a far more complex and paradoxical reality behind the surface” [“Ogni immagine, ogni sguardo sottomesso di donna, suggerisce una realtà ben più complessa e paradossale dietro la superficie”].

Shirin Neshat, Rebellious Silence | Women of Allah

In Rebellious Silence sono palesi i quattro simboli collegati, dal mondo occidentale, a quello orientale: le armi, lo sguardo profondo, pece e marcato, il velo e l’inconfondibile scrittura persiana danzante.

2013, le Cocorosie pubblicano uno dei loro brani più struggenti e terribili, “Child Bride”. Nel video una bambina piccola dai capelli lunghissimi viene preparata per il suo matrimonio. La protagonista viene doppiata dalla voce di Bianca Casady che recita: “It’s hard to tell / This is my wedding night / I’m dressed and ready / Despite my innocence / It’s hard to tell / Whose little girl am I. (…) He promised father / Leave me alone / Hope not too lonely / We pull away / Down a dusty road / Family waving” [“E’ difficile a dirsi/Questa è la mia notte di nozze / Sono pronta e vestita per l’occasione / Nonostante la mia innocenza / E’ difficile a dirsi / Di chi sono (ora) la piccola bambina. (…) (Lui) Ha promesso a mio padre/ Di lasciarmi stare / Spero non (mi lasci) troppo sola / Ce ne andiamo / Per una strada polverosa / Mentre la mia famiglia mi saluta”].

La bimba conclude autoproclamandosi: “I’m a good grass widow, I’m a grass widow” [“Sono una brava moglie solitaria, sono una moglie sola.”].

2019, 1500 persone vengono uccise in Iran durante le dimostrazioni in piazza contro l’aumento del petrolio e un’esistenza insostenibile.

13 settembre-31 ottobre 2019, Hiva Alizadeh inaugura la sua prima personale europea presso la galleria milanese The Flat.

Hiva Alizadeh, Nomad Chants. Courtesy of The Flat – Massimo Carasi, Milano
Hiva Alizadeh, Untitled. Courtesy of Carasi – The Flat – Massimo Carasi, Milano

Dopo un inizio come filmaker, Alizadeh si concentra sulla creazione di installazioni, adorabili, fantastiche, apparentemente miniponesche, fatte di capelli sintetici in nylon. Si tratta di pitture/sculture in cui queste cascate di colore ricordano paesaggi, profumi, mondi, orizzonti, finestre, panni stesi.

Oltre al mondo naturale, un’altra grande fonte di ispirazione per l’artista sono le vetrate delle moschee, policrome e vivide nel riflettere e filtrare pulviscoli di mondo inermi che spaziano e colpiscono profondamente.

Hiva Alizadeh, Nomad Chants. Courtesy of The Flat – Massimo Carasi, Milano

I suoi colori sono spesso super pop, molto intensi ma le sottilissime colonne di capelli creano mescolandosi un effetto finale armonico e ipnotico. Le sue opere fanno venire voglia di toccarle, di prendersene cura, come suggerisce Jacqueline Ceresoli in un suo testo. A me viene un’irrefrenabile fregola di infilarci la faccia, come fossero fiori. Non c’è alcun muro di fatto fra queste tele pelose e i gloriosi prodotti della natura che raccogliamo crudelmente in mazzi. Alizadeh dà vita, non compone, un risultato ben al di là del transeunte che suggerirebbe la fragilità che qualche avventato potrebbe intuire. E’ poderoso e lo sarebbe anche senza i colori, anche senza capelli.

Settembre 2022, la 22enne Mahsa Amini viene prelevata dalla polizia della moralità iraniana e ammazzata a botte. Morirà dopo, in ospedale. Delle ciocche di capelli le fuoriuscivano dal velo. Poco dopo, del sangue le esce irreparabilmente dalle orecchie. Da quel giorno tutto il mondo guarda l’Iran, più di prima, e tutto il Paese brucia.

Pochi giorni fa Flavia Carlini scrive un’intervista fatta a due giovani donne iraniane che sottolineano come questa volta, tra le numerose, la ribellione è diversa ed è partita dalle donne, che le proteste in Iran non sono contro il velo ma contro il regime, il sistema.

In Iran, ad oggi, le bambine possono convolare a nozze dai 13 anni ma, come riporta Jennifer Guerra su Fanpage, le stime di governo riportano 30.000 bambine tra i 10 e i 14 anni date in sposa all’anno. Guerra aggiunge: “In questo contesto, il controllo dei corpi delle donne diventa catalizzatore di tutte le politiche di repressione, una specie di promemoria costante – per chi vive nel Paese e per chi lo osserva da fuori – di chi ha in mano il potere.”

Ultimo trimestre 2022, milioni di donne si tagliano ciocche di capelli, li spediscono ai consolati, alle ambasciate, bruciano i veli. Un vessillo di capelli al vento diventa il simbolo di questa ribellione.

Questa pioggia tricologica sta facendo una rivoluzione, in atto da sempre ma ora con una forza ancora più dirompente.
Nonostante quei caciottari dei nostri antenati romani abbiano poi “finalmente” distrutto Cartagine, quelle trecce di capelli non sono andate perse, anzi, stanno diventando sempre più imponenti e forti, da ogni parte del mondo, per accogliere ma anche per stritolare finalmente chi ci reprime.

Note

Forfora e altre sventure” è il titolo di un libro di Pino Cacucci del 1997 edito da Feltrinelli.

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