La città come teatro della memoria

TRIANGULUM PROJECT

Insieme agli artisti Max Marra e Giulia Stanciu, da diversi anni lavoro al progetto interdisciplinare TRIANGULUM/Morte Memoria Resurrezione. Il mio percorso artistico visivo concerne la MEMORIA. Fotografo e talvolta rappresento pittoricamente Città dalla forte valenza evocativa e poetica. Qui di seguito una descrizione del mio percorso in TRIANGULUM.

La città come rappresentazione della memoria. Una complesso variegato di fotografie ambientate in diversi contesti urbani. Città dalla forte valenza evocativa. Ogni città visitata non è una città qualsiasi, ogni città ha per l’artista la sua memoria, memoria personale, ma che talvolta può assurgere a memoria universale (si pensi all’Omaggio a Cartier Bresson: una San Pietroburgo rivisitata fotograficamente 45 anni dopo il viaggio russo del grande maestro francese, quando la città era ancora Leningrado). Fotografie rigorosamente bianco e nero, perché come ha scritto Roland Barthes “… Io ho sempre l’impressione (poco importa che cosa accade realmente) che, allo stesso modo, in ogni fotografia, il colore sia un’intonacatura apposta successivamente sulla verità originaria del Bianco-e-Nero. Il Colore è per me un belletto, un make up (come quello fatto ai cadaveri). Infatti, ciò che mi sta a cuore non è la «vita» della foto (nozione puramente ideologica), ma la certezza che il corpo fotografato mi tocca con i suoi propri raggi, e non con una luce aggiunta successivamente.”  [1]

Memoria e tempo. La città come teatro della memoria. Il presente in sé sfugge nel momento stesso in cui lo si vuole imprimere nell’immagine fotografica. Ma il tempo passato è nella foto, un tempo che si fa memoria e condivisione di un’esperienza etica. “La memoria è un concetto spirituale. (…). Un uomo privo di memoria è in balia di un’esistenza illusoria: fuori dal tempo non è più capace di conservare il suo legame con la realtà esterna, e quindi è condannato alla follia. Essendo un essere morale, l’uomo è dotato di memoria che semina in lui il germe dell’insoddisfazione.”  [2]

C’è un’idea di Città-memoria in questo progetto che apre un dibattito, certo non nuovo, su come rappresentare la città oggi: la post-produzione fotografica svolge sempre più un ruolo decisivo nel risultato dell’azione creativa e pone il problema del vero e del falso, ovvero del cosa è più vero o meno falso. A partire dalle foto di Matera, il dubbio se conservare o meno tutti quegli elementi alieni [3] che appaiono nello scatto fotografico e che non possono essere evitati a pena di dover rinunciare proprio all’inquadratura scelta e/o sentita. Ci si domanda a questo punto con una certa lacerazione interiore: che fare? Conservare il “vero” (reale) brutto o cancellare il “falso” (in senso etico-estetico) vero? Cosa farne in sostanza delle scorie di una società dei consumi in un contesto di rara bellezza tramandata [4]. Così è stato anche per San Pietroburgo e poi Parigi ed altre città della memoria: cosa/come conservare e cosa/come obliterare per far emergere la solo memoria ritenuta vera, quella dell’artista, la sola che egli sente autenticamente di voler trasmettere? [5]

Sul tema si può rinviare allo studio veramente approfondito e riccamente documentato fotograficamente di Vincenzo Trione, Effetto Città [6]. Si parte dal noto “corto” del 1974 di Pier Paolo Pasolini, “La forma della città”. Pasolini parla di Orte e denuncia: io ho fatto un’inquadratura che, prima, faceva vedere soltanto la città di Orte nella sua perfezione stilistica, cioè come forma perfetta, assoluta”, [ma] “Basta che io muova questo affare qui, nella macchina da presa… ed ecco che la forma della città, è […] rovinata, è deturpata da qualcosa di estraneo, cioè quella cosa che si vede là a sinistra” […] “case moderne dall’aspetto – non dico orribile – ma estremamente mediocre”, […], “senza fantasia, senza invenzione” [7] Estremamente suggestive sono le pagine dedicate a Baudelaire, che Trione titola “CONTRO LA FOTOGRAFIA”. Trione sintetizza così la critica di Baudelaire alla fotografia: Occorrono prudenze e cautele, per smontare alcuni falsi miti sui quali si fonda un’epoca in cui si asseconda la retorica della pura fedeltà. L’amore esclusivo del Vero rischia di opprimere e di soffocare il gusto del Bello: spesso, ci si dimentica che la verità ha valore solo se non soffoca la bellezza.” [8]

La fotografia viene vista come “rifugio dei pittori mancati ” [9]. “È profondo, in lui, un senso addirittura di ripugnanza verso la fotografia. Che riproduce la realtà com’è, mentre la pittura la presenta come la si vede.” [10]. Tuttavia Trione, a differenza di Baudelaire, ritiene che la macchina fotografica non è un mezzo imparziale e oggettivo, ma dietro di essa può esserci un poeta che “manifesta le sue inclinazioni estetiche e psicologiche nella scelta dei motivi, delle luci, delle inquadrature, dei tagli e delle messe a fuoco, soffermandosi su aspetti difficili da captare per l’occhio umano, più lento e meno preciso”. [11]

Un progetto fotografico-pittorico dunque che non si limita alla descrizione del reale tout court, ma si spinge a ricercare le ragioni poetiche di un’immagine di città.

Photographer: Massimo Maselli

 

Note
[1] Roland Barthes, “La camera Chiara. Nota sulla fotografia”, Ed. Einaudi, 2003, pp. 82-83.
[2] Andrej Tarkovskij, “Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema”, Ed. Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, 2015, pp. 55-56.
[3] Automobili ed insegne stradali, insegne commerciali e parabole TV, canotti e salvagenti ed altri improbabili oggetti consumistici e fuori contesto, che stridono con una città nata per essere vissuta diversamente.
[4] Sul pericolo di cadere in una sorta di passatismo, di mito dei “bei tempi andati”, Jean-Christophe Bailly, “La frase urbana”, Ed. Bollati Boringhieri, 2016, pag. 27 : “Se i «bei tempi andati» si confondono col mito vivente di una città vissuta organicamente da coloro che la fanno esistere, c’è semplicemente continuità e, nel senso migliore del termine, tradizione: la forma organica resta quella del presente, quali che siano i valori del passato che essa ingloba, ed è qui, forse, la parte migliore delle città, almeno di quelle il cui testo antico, perpetuato contro tutto e tutti, accetta di far propri gli innesti e le talee che lo spirito del tempo gli propone. Quando invece i «bei tempi andati» si convertono in valore autonomo e cadono nella nostalgia sterile, c’è dispersione di energia e imitazione del passato. Il falso passato è il doppio del falso presente.”
[5] Nell’omaggio fotografico a Cartier Bresson, dove la memoria è la bellezza originaria, l’azione creativa è consistita nella rimozione materiale ad esempio di tutte quelle autovetture che senza soluzione di continuità oggi inquinano visivamente le sponde dei canali di San Pietroburgo, e particolarmente i canali Griboedov e quelli dei fiumi interni Fontanka e Moika, come anche il fortemente evocativo Canale d’Inverno che collega il Palazzo dell’Ermitage con il suo storico Teatro.
[6] Vincenzo Trione, “Effetto Città. Arte/Cinema/Modernità”, Ed. Bompiani, 2014.
[7] Ibidem, pp. 11-12.
[8] Ibidem, p. 47.
[9] Ibidem, p. 47.
[10] Ibidem, p. 49.
[11] Ibidem, p. 49.

Articolo precedenteOnce upon a time in Boston
Articolo successivoVerso Harar