La fede ai margini: l’Ordine di Malta a Kinshasa, Congo

“Mi scusi, ma lei chi è?”.
“Che domande! Io sono con l’ordine di Malta”.
“Certo… E quindi come passa le sue giornate?”.
“Che domande!”, trona, ubriaco. “Sono con l’Ordine di Malta”.
Ora è chiaro.

Un salto indietro, agli anni Settanta, entri nell’edificio semi-illuminato, dove ti richiamano alla mensa con le campane al muro, trovi il lucidascarpe a un lato della porta. Una grande periferia di eventi che si congrega nella procura dei missionari, il luogo misto di albergo, banca, uditorio, dove non andare a messa è ancora sconveniente, nella polvere di Kinshasa che brucia gli occhi la mattina alle sei.

Il telefono squilla in camera, non rispondo; ma poi bussano alla porta.
“Chi è?”. Che domande!, mi ripeto fra me.
I preti, chi altri?

Missionari dell’Ordine di Malta all’opera in Congo

Hanno cose da discutere. Per esempio, la missione di Inongo, loro si appoggiano alla chiesa di Bokoro per gli alloggi, ne gestiscono a distanza. La cifra è modica. Ma vabbè, parliamone poi a messa. Eh, ma sa, io non ci vado. Silenzio. Cicale. Claxon. In che senso non ci vado? Mi chiedo quanta ambiguità possa mai celare “andare”. Molta, presumo. Quindi spiego meglio… sa, io non ci vado.

Mi domando spesso quanto la fede (e quale fede) possa importare alla procura, nella periferia più vetusta del comparto alberghiero planetario. Ho l’impressione che la caratteristica precipua del luogo sia il genio dello scarto, l’immagine un poco sbiadita di un 3D senza occhiali, dove le cose stanno circa dove dovrebbero, ma appena scostate, e colorate strane. Del pari, la fede (intesa, chiaramente, nel suo senso pieno, metafisico, di agente che plasma il vero) è anch’essa relegata ai margini di una vita dove le ore passano indefesse, dove la soglia tra l’ostello e la strada è uno sconfinamento di categorie, ordine, quiete, bassa energia dentro – e il bordello fuori. Almeno questo ti dicono. Ed è là, oltre quel confine di pace, che la fede coltivata dentro poi serve.

Francobolli emessi dall’Ordine di Malta nel 1987 con valenza postale congolese

Scendo al bar. Una birra. Ho sentito che devi partire, bianco. Eh sì… volo domani. Ho un po’ paura.
“Dell’aereo?”.
“Eh, pare che caschino spesso”.
“Non c’è problema”.
“In che senso?”, mentre l’immagine della mia famiglia in nero attorno al mio corpo spappolato dall’incuria di KinAvia mi mitraglia il cervello.
“Basta avere fede”. Boom.
“E come funziona, di grazia?”.
“Semplicissimo”, mi fa. “Tu pensa a una cosa che vuoi. Per esempio, di non finire con le frattaglie sfracellate nel Mai-Ndombe. Desiderala ardentemente. Spera, spera con tutta la forza che hai che non succeda. E quella poi non succede”.
La madonna! Svolta.
“E funziona?”.
“Ovvio”.

Incidente aereo. Repubblica del Congo.

Dio onnipotente, la provvidenza, lo spirito santo nella Storia. Il cuoco che si fa il segno della croce prima di scivolare nella via, sommerso dai flutti della vita che i maltesi, tra quelle mura, negano nel fracasso silenzioso degli orari medievali delle funzioni religiose. Più potente della polizia, la croce ottagona scruta gli zoppi che non fa entrare dal cancello, quelli che evidentemente non sanno sperare. O non con forza sufficiente? E mi figuro la mano del Signore che lacera il cielo, che impasta la terra, che fabbrica gambe per chi è manco. Che tiene su gli aerei. E mi rintano nel vantaggio di chi ha saputo sperare bene, da feto, da concetto; apro Netflix, mi riposo a letto, in attesa che sia ora di cena.

L’aereo, poi, non cascò. Ho voluto molto, molto ardentemente che non cascasse. Ho persino pregato, aereo bello, ti supplico, stai su. E quello c’è stato. Per adesso mi basta. L’evento è uno, il velivolo pagato caro non si è inabissato come molte barchette sovraccariche di disperati. Un centinaio nel Tanganyika, mi pare? Affogati nel lago, tra repubblica e repubblica. I soldi dell’Unione Europea non hanno finanziato il mio decesso, questa volta. Bene, benissimo. Il privilegio al centro – e la fede, ai margini.

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