La posizione del missionario: teologia e sex-working in Congo

Il prete mi venne incontro con la baldanza del missionario, col suo francese elegante, dopo avere dismesso la schiera di ragazze con cui fino a quel momento si era intrattenuto, dal primo pomeriggio alla sera.

“No, sono le figlie di una cara anima dipartita”, mi disse quella volta che io e il mio professore l’avevamo beccato alle venti capanne, dove ci eravamo fermati a mangiare capra ripassata (piena di peli). Pensai che “cara anima dipartita” fosse il più curioso eufemismo che avevo sentito fino a quel punto. Prendeva il biscotto, come chioserebbero gli Inglesi. Mi venne incontro, dicevo, con la sicurezza di chi deve convertire, e fu appunto quello che tentò di fare, armato di birre Tembo che, in Congo, sono tra i pochi agenti di unità nazionale che puoi trovare tanto a Kinshasa quanto nelle province più remote.

Cercò di persuadermi dell’esistenza di dio. Era convinto di essere versato nell’arte della retorica. Da dove ha origine tutto?, mi domandò aristotelicamente. Io mi aspettavo una risposta complessa, ma provai ad anticiparlo: lo so che adesso mi tiri fuori la cosa del motore immobile, vecchio. Il nostro demostene strabuzzò gli occhi. No no, disse; dal sole. Perbacco, pensai. Eh sì, replicò, perché il sole è la fonte ultima di ogni energia. Mi chiesi en passant se un’argomentazione simile sarebbe piaciuta in Vaticano. E dal sole discende tutto, ogni gioia di questa terra. L’abate, infatti, si era indisposto che io non andassi a messa, lì a Inongo, ed evidentemente aveva sguinzagliato i suoi segugi per vedere quanto spazio ci fosse per la redenzione della mia anima. Promisero persino cose. Per esempio, si interrogavano, cosa mai facevo io per divertirmi?

La questione mi colse di sorpresa. Non saprei, dissi. Scrivo? Era questo il genere di risposte che andavano cercando? No, certo, ma cosa facevo mai per trastullarmi? Ora sì che era chiaro… Vieni a messa, proseguirono. E la sera potresti anche trovare una fanciulla di tuo gradimento. (Unghie che graffiano la lavagna). Potremmo anche organizzarti una bella sfilata! Potremmo fare venire tante pigmee, o magari anche delle maghe sakata, e potresti scegliere liberamente. Sorrisi. No grazie, risposi; non sono il re di Eswatini.

Per un paio di decenni circa, lo stato congolese, emerso da anni di guerra continentale e ritrovatosi nelle premurose mani dei Kabila, si era trasformato in un grande fondo di riserva privato per il presidente. Non vorrei dire inesattezze, ma credo che l’intera spesa pubblica del paese (un paese, ricordiamo, esteso quanto tutta l’Europa occidentale) fosse appena confrontabile con quella della, certo virtuosa, provincia di Vicenza.

Potrete immaginare facilmente il livello di interesse delle istituzioni repubblicane verso l’istruzione. Ebbene, in questo contesto, chi poteva inserirsi se non la chiesa? Generosa di investimenti, la chiesa assunse così un potere notevole nella foresta equatoriale, potere gestito in totale autonomia dai titolari delle varie diocesi di provincia, e spesso (è la mia impressione, prendetela col beneficio del dubbio) barattato per le prestazioni più diverse da parte della popolazione studentesca. Questo pigmeo, per esempio, è docile. Quello rompe un po’ le palle, lasciamolo perdere. Questa pigmea rompe le palle pure lei, però “canta bene”, posso darle lezioni private di coro. Curiosa selezione.

Ovviamente, le organizzazioni non governative non sono viste di buon occhio dai pii, perché “infantilizzano i nostri pigmei”. In che senso, scusate? Eh beh, vengono qua, dànno loro soldi, cos’è questa cosa? Mica si può fare così. I pigmei, sostengono, soffrono di un forte complesso di inferiorità verso di noi, e non li potrai certo liberare dando loro del denaro. Ci vuole lavoro, religione.

Prendete per esempio il santissimo belga che passò decenni nella foresta. Lui mica diede loro a credere che potessero andarsene dal territorio, venire in Europa, queste cose bislacche, no. Lui costruì chiese, lodò la voce di dio nel villaggio e li ricondusse a noi. Intanto, lo schiavo scheletrico di cui si avvalevano per badare a tutto camminava avanti e indietro da casa loro al pozzo, portava casse d’acqua, sorrideva.

Signora, chiesi alla cuoca. Ma quelle faraone si possono cucinare, per caso? No di certo, rispose; servono ai preti. “Servono”, riflettei. Evidentemente la carne di certi volatili aiuta negli elogi dell’onnipotente, oltreché nell’insegnamento, nella retorica, e nelle analisi teologiche.