La ragazza di Odessa

“Lo sai cosa mi manca per fuggire? Mi manca il cuore. E come fai ad andartene se quello lo lasci qui?” Così parlava la ragazza di Odessa quella domenica di marzo.

Ancora si camminava per strada, in quei primi giorni di assedio; a volte si arrivava a vedere il mare. Ma il cielo era di ghisa e il mare pure. I suoi occhi allora fuggivano altrove, blu, verdi, incupiti e cangianti. Cercavano allegria nei fili d’erba, nei giochi lasciati cadere dai figli in fuga e nei foulard colorati che le donne portavano a vessillo di forza.

Poi ritornava alla realtà: il silenzio vibrava sul Mar Nero. Un silenzio di guerra, una pentola che sta per far saltare il coperchio, liberando gli uomini del terrore come soldatini da una vecchia scatola di latta. Nel disordine del mondo.

Aveva un appuntamento quel giorno; fuori città l’attendeva il set del suo ultimo film. Perché era la star del giorno, la ragazza di Odessa. E come tale già sognava spiagge di ciottoli grandi e quel costone di roccia arrampicato di case bianche, le dorate terrazze del sud…

La storia da girare era quella di una donna tornata dal Futuro per incontrare l’altra se stessa del Passato: la prigioniera dei sogni irrealizzati, quella che li aveva però sognati, e pertanto impossibili da cancellare.

L’incontro era ai piedi dei Carpazi, tra relitti di vecchi treni scrostati e asini allo stato brado. Il percorso per la conquista dei sogni sarebbe stato la partita corpo a corpo, anima di vetro e titanio verso anima di sangue e terra.

A cercare quella strada sotterranea e invisibile, dall’una all’altra donna, dal Passato al Futuro: a questo e ad altro ancora pensava la ragazza di Odessa, quel giorno di fine inverno. Il giorno che si era svegliata con gli occhi di due differenti colori.

“É notte e non dormiamo, ma continuiamo a sognare: te la ricordi quella vetrata sul Mar Nero, che era dicembre e i capelli si gonfiavano alle risate per il tuo accento straniero?

Cosa aspetto a fuggire?

Ora provo a scriverti. Lo faccio sulla parete di fronte e sta facendo buio, arrivano i riflessi dei carri che viaggiano carichi di orfani, dopo una giornata di caccia grossa, nelle campagne al disgelo. All’improvviso. Come un buco nero alla fine della vita delle stelle più grandi: un’altra guerra.

Tu cosa ne sai? Non te la prendere. Ma non puoi capire. Vorresti? Certo, lo so bene. Quella sera avevo un cappotto azzurro con il collo alzato contro il vento e tu mi hai presa per mano. Ricordi?

Volevo partire. Mi aspettava una città diversa, magari lontana dal mare: una città dove imparare un’altra lingua, dove camminare tra antichità e ruderi. Una città dove avrei posato seduta ad un caffè parigino, chissà che colore avrebbe avuto il cielo!

Oggi il cielo sopra Odessa è di ghisa. Cosa aspetto ad andarmene? Ma non sopravvivrei senza più il mio cuore. Sento il graffiare senza sosta del tempo, il conto alla rovescia dei miei progetti, della giovinezza luminosa; mentre il cincillà annusa i sotterranei, prima di ritornarmi in grembo e mangiare dalle mie mani le ultime radici della nostra casa.

Quando era bambina, mi racconta la donna seduta accanto a me nel buio della nostra città, percorreva una lunga strada sterrata, per andare a cercare una manciata di sale: erano tempi duri quelli, dice, e chiude gli occhi. Sotto la coperta magenta il cane dei miei vicini geme piano, forse sogna forse piange.

Un altro é un ragazzo della zona del porto, trema e non riesce a guardarti negli occhi. Sua madre lo veglia, racconta dell’amico d’infanzia, ritrovato in una periferia: gli occhi spalancati.

Ho ascoltato tante storie quando avevo l’età dei bambini che ora mi girano intorno incuriositi dal cincillà che si accuccia sulla mia spalla, piccola intrepida vedetta di questi giorni di nero. Provo a scriverti.

Lo sai che mi piace travestirmi e cambiare anima, ogni giorno un colore diverso dell’iride, uno stato del cuore, un campo immerso in stagioni differenti: girasoli o steppa infinita. Come cambia il tempo cambia il travestimento; dai mantelli medievali alle parrucche da streghe dei Carpazi, dalle ghiacciate code argentee di fossili in fondo al Mar Nero allo spettro della Morte, mentre cerco il vello d’oro che cura ogni ferita: quale più valoroso travestimento? Allora mi spingo come Giasone, fino alla costa orientale del nostro mare.

Sono terre di confine queste, lo sai? Terre battute in lungo e in largo.

Ora mi dicono che ci sarà un cambio di programma. Non so bene cosa. Aspetto che s’illumini lo schermo del mio telefono, che arrivi un segnale: la donna che doveva impersonare il Futuro si è smarrita alla frontiera. La Donna Passato diventa più grande, si nutre di memorie, di deportazione e morte e pare che il suo sguardo diventi, ogni ora che passa, sempre più triste.

E ti scrivo.

Che lunga notte è stata questa: i respiri hanno saturato l’aria, i cani hanno ragliato e gli asini ululato. Ho deciso di andare via. Raccolto tutti i miei travestimenti, in una tasca sono diventati invisibili ed io pure. Fuori ho preso il primo carro che arrancava tra le zolle, ho viaggiato notti e giorni senza tenerne il conto e la memoria.

Ma che sorpresa all’arrivo! Il campo si è aperto improvviso. I colori hanno portato scompiglio alle mie gote. E la luce… quanta ce n’era in quel campo!

Il blu si è staccato dai campanili, l’arancio dalle facciate e dal grano, dai girasoli. Mi accorgevo così dalla luce che era tempo di giugno… il rosso delle labbra invece, che sapore aveva! Di melagrana sgranata, di vita, di morte. Le irrorava il sangue delle ragazze senza sguardo, che avevo visto sui bordi delle strade: ormai mute.”

Da quel giorno, la ragazza di Odessa, impersonò soltanto se stessa che nel Presente camminava sicura: un cincillà le aveva prestato il suo cuore per farla andare lontano.

Prosa poetica: Lia Maselli
Visual artist: Massimo Maselli
Nella Gallery: Massimo Maselli, 2022, “La Ragazza di Odessa”, tecnica mista su tela, 100×100.