l’Africa parla: Nioki, il Congo, l’Etiopia, e le lettere magiche

Nioki, la città delle api, sorge come improbabile concrezione di vecchi stabilimenti SODEFOR ormai dismessi, sulle rive del fiume Nfimi, alle porte di quell’ampia arteria che dal Congo meridionale rimonta, goccia a goccia, fino alle grandi miniere di diamanti del Kasai. Non è una città piacevole. Capitale economica del Mai-Ndombe meridionale, centro di commercio e centro di scambi, Nioki resta tuttavia scarna di traffici al primo sguardo, come una roccaforte isolata e stretta tra la foresta e il lago.

Stabilimenti della SODEFOR, una delle principali aziende produttrici di legno Congo

È un villaggio faticoso, arricciato sulle sue colline, immerso negli alberi, gravitante intorno a un enorme giacomino di bancarelle e pesce vivo che chiamano mercato, quantunque di questo abbia meno le sembianze che il nome. È, peraltro, un luogo piuttosto oscuro, sulla via per l’equatore, e ovunque ti giri ti sembra soprattutto di vedere ombre, pezzi di buio.

Finisci così per guardarla ogni giorno come di notte, mentre i canti non sempre distesi di una predicazione non sempre serena invadono lo spazio acustico di quest’angolo di mondo pluviale, mescolandosi all’occasionale capra insonne. Niente sciacalli, leopardi, leoni, la natura è modesta coi suoi suoni, così come le lingue che si parlano qui. Addis Abeba rimbomba di risa di iene, velari eiettive, richiami di chiesa e di moschea. Qui, per contro, la ricerca è lenta, le farfalle rare si nascondono tra le foglie…

Veduta aerea di Nioki, la città delle farfalle.

Per chi, come me, fa ricerca in ambito di documentazione linguistica, studiare il Congo richiede una certa discrezione, una certa circospezione. I famosi «suoni strani» non ti saltano immediatamente all’occhio, vanno spesso cercati nelle pieghe delle fonologie locali. Sono modesti, elusivi come gli okapi. Non così in altre nazioni africane di cui mi sono occupato in passato come l’Etiopia, dove invece risaltano sotto il sole con tutta evidenza, brillano, ti gridano di sentirli.

Eppure a volte li trovi. A volte trovi il filone di labiovelari che si inerpica come una insperata falda tra le grammatiche della zona. E chissà perché, poi. Chissà che la loro presenza non sia specchio di migrazioni antiche, di movimenti sommersi di genti e popoli. Prova a chiedere a uno stregone Sakata da dove provenga la sua gente, e ti dirà: “chi lo sa, probabilmente dal Camerun, o da su, dalle curve fangose dell’Ubangi.” Da posti remoti, da dove uomini e culture si sono mossi, per corridoi inesplorati, attraverso la giungla equatoriale.

Stregone appartenente all’etnia dei Sakata, Repubblica Democratica del Congo.

In questo modo, anche le lingue possono celare un piccolo atomo di stregoneria al loro interno. Ne parlavo appunto con un prete: i fatti linguistici sono come la magia bianca, silenziosa, onnipresente, preposta a che tutto vada bene, a che si possa parlare. Poi, però, c’è la magia nera, le articolazioni doppie che compaiono solo in alcune parole, “morte”, “cadavere”, “patata dolce” (indubbiamente il più inquietante fra tutti i tuberi di queste parti, oltreché l’unico ad essere già presente prima dell’arrivo delle lingue bantu).

L’inquitante patata dolce.

E ci si domanda come mai dei suoni talmente oscuri riescano solo a sopravvivere in parole tanto misteriose, per le quali si parla di temi arcani e talvolta spaventosi. E, tutto questo, sempre e solo in Congo. Ancora una volta, si ha l’impressione che l’Etiopia non funzioni a questo modo. Le eiettive non sono così buie, le eiettive stanno là, le vedi, svolazzano a mezz’aria come le libellule, non fanno paura. Sono soleggiate. Ecco, l’Etiopia è soleggiata, e santa. Il Congo, perlopiù, esiste di notte, ubriaco di stregoneria.