Il “nulla” vivo: istantanee dal deserto etiope

La notte cala sempre alla stessa ora, o circa. La caratteristica dei tropici è che le stagioni astronomiche contano molto meno di quelle termo-pluviali, cosicché, appunto, fa buio tra le cinque e le sei, invariabilmente, attraverso l’anno. Questo non significa che il clima sia lo stesso ovunque. I miei ricordi del deserto africano sono delle fotografie. Mi ci imbatto di tanto in tanto nei cassetti immaginari della mia testa, e li cerco di ravvivare come posso. Eppure sbiadiscono inesorabilmente, e temo sia normale. Ringrazio in questi frangenti internet per l’agio che ci dà nel caricare immagini che resteranno lì, con tutta la loro evidenza. Ma anche così, anche in questo caso, il ricordo evapora come l’acqua del tinozzo delle capre, dove una signora etiope (immagine fin troppo vivida) lavava i nostri piatti.

Qualcosa però rimane. Ricordo, per esempio, la ruzzolata giù dalla scarpata, sulla strada che da Macallè si precipita come una gola nella laringe del Corno d’Africa, la Regione Afar, fino alla Depressione della Dancalia. Da qui, la Rift Valley entra in Africa come la Moldava di Smetana entra a Praga, inserendosi nel più grande sistema di faglie che procede dalla Valle del fiume Giordano in Medio Oriente fino alla confluenza dello Shire nello Zambesi tra Malawi e Mozambico. La sezione etiopica comincia a nord nella pianura salina, sotto il livello del mare, un’area triangolare separata a oriente dal Mar Rosso da una catena di montagne litorali. Ricordo così gli spazi ampi, percorsi in lungo e in largo dai nomadi Afar, con le loro linee di cammelli carichi di sale, seccati dal sole cocente della regione più calda del continente, e forse del pianeta (tanto più che ci si può andare solo tra novembre e dicembre… l’inverno non sarà un vero inverno, ma l’estate è di certo impraticabile). Quattro animali per un solo pastore, tra le distese di questa costa, uno sguardo a Sana’a di là dal mare, uno ad Asmara sulle alture, uno a Gibuti e al Golfo di Aden, e, da lontano, uno a Addis Abeba, seguendo la collana di laghi che cola faticosamente fino al Kenya.

Nomadi Afar attraversano il deserto. Foto di Lorenzo Maselli.

Ti sembra di stare su una terrazza esposta ai venti, sui balconi di Tropea, ma il vento che senti qui non sa di Grecia e di Sicilia. E’ vento di Africa, di Arabia, e, sotto, sotto, trascina quello che resta della polvere di pepe di più a est. Ci si dimentica sempre, incapaci come siamo di avvederci che siano esistiti scambi tra paesi senza la nostra mediazione, che Africa e Asia sono legate intimamente, da secoli, e di nuovo di recente. Quanta Cina, quanta India, quanta Arabia in Etiopia, e viceversa. Così, in questa ebbrezza di geografie aperte, dove l’aria odora di mille cose, rificchi la testa in macchina, guardando quei cammelli scomparire nella coda del finestrino, e chiudi gli occhi. Speri che la memoria da sola basti ad ancorarti là per sempre. E, non riuscendoci, provi almeno a dimenticare che esiste un futuro nel quale sarai altrove.

Altra istantanea. La terra si sgretola mentre cammini, si apre, senti che ti sussurra di scendere in fondo. Il caldo esce da sotto i piedi. Hai camminato per ore, nel deserto, di notte, accanto la guardia vagamente ubriaca che tiene il suo mitra come fosse un bastone da passeggio. Non vedi nulla, assapori quella peculiare qualità delle tenebre che te le rende dense e appiccicose. Non come una colla o una melma, ma come una nebbia fittissima che ti lascia impolverato e umido al contempo. Quando appoggi la testa per dormire non capisci come sia possibile che tante stelle non riescano a rischiarare la pianura immensa, o a rinfrescarla. La pentolona, intanto, bolle, la senti che scoppietta, sembra in parte un mare, in parte un camino, e non sai bene che rumore sia, se terrestre o no. La risposta, chiaramente, è no.

L’Erta Ale, il più antico lago di lava ininterrottamente osservabile sul pianeta, è una porta. Ricordo di averne parlato con mio cugino, che è vulcanologo. Il tema, poco ameno, era il seguente: “cosa credi ti succederebbe se ci cascassi dentro”? La risposta era altrettanto spiacevole: moriresti per la forza dell’impatto prima ancora che per il caldo. Insomma, non ti ci inzupperesti come Gollum: quello che sembra un lago, in verità, è roccia. Dura. Forse. Ma sono certo che, dato tempo al tuo corpo di sciogliersi, penetreresti più a fondo, in giù, diventeresti lava, e se mai c’è da credere in un aldilà non vedo quale porta d’accesso sia più verosimile di questa. Chi vive intorno a un vulcano sa bene che non si tratta di una semplice montagna, ma di un cervello capriccioso, una volizione, che fa come desidera. Un drago, impossibilitato a non predare, ma spesso stanco e dormiente. Un’isola sul dorso di una balena.

Fumo sull’Erta Ale. Foto di Lorenzo Maselli.

Un’altra: i laghi verdi di Dallol. La cittadina deserta è in verità la sede più prossima al complesso idrotermale che porta appunto il suo nome, figlio, parrebbe, dell’intrusione di magma tra i sedimenti marini del vecchio fondale oceanico rinsecchito. Quello di Dallol è un sistema unico sulla Terra, pare sia meta di pellegrinaggio per gli astrobiologi interessati ai limiti della vita, visto che amplissime parti del territorio sono completamente sterili. I liquidi che il suolo suda in questa zona sono incandescenti, iperacidi, pesanti di minerali, perlopiù deserti di microrganismi, e il risultato è una distesa di terra gialla e bianca inframezzata di acqua di smeraldo, colorata non da processi biologici ma dall’ossidazione delle fasi del ferro. Se l’aldilà è nero e rosso, infiammato, romantico sull’Erta Ale, a Dallol si scende ancora più a fondo nella morte, verso un momento talmente antico della storia di questo sasso nell’universo da farci sparire al solo pensiero. Come sabbia, spazzata via di un solo colpo dai venti del Mar Rosso.

I laghi di Dallol. Foto di Lorenzo Maselli.

Questo, adesso, io non so se sia l’inferno, e se lo è, allora, bruci pure il paradiso. Il triangolo della depressione dancala è uno degli ambienti più straordinari a nostra disposizione, nella culla dell’umanità. È anche un bersaglio, reduce da anni di guerra tra Eritrea ed Etiopia, funziona adesso da imbuto notturno per coloro che scappano da Asmara inseguendo il sogno della democrazia. Il sogno di un Premio Nobel per la pace, istituto ormai tragicamente squalificato, che sta facendo del nord del paese un campo di battaglia. Un territorio senza tutele internazionali, né sito UNESCO né, almeno, parco federale. Ignoto ai più. Giusto un altro angolo di tropico, lontano da noi, lontano da quello che ci preme, in terra d’Africa. Noi, nel nostro paradiso, nell’attesa inconsapevole che bruci insieme al resto.