Naomi Klein e la “nostalgia tossica”: Putin, Trump, e i camionisti anti-vax canadesi

Di Naomi Klein, traduzione di Dario De Leonardis

La guerra in Ucraina sta rimodellando il nostro mondo. Sfrutteremo questa emergenza per rinnovare il nostro impegno contro il cambiamnto climatico oppure soccomberemo ad un ultimo, mortale, boom del petrolio e del gas?

LA NOSTALGIA PER L’IMPERO RUSSO è ciò che sembra guidare le azioni di Vladimir Putin – oltre al desiderio di superare l’onta della punitiva terapia d’urto imposta all’economia Russia dalla fine della Guerra Fredda ad oggi. Al contempo, la nostalgia per la “grandezza” americana perduta è parte di ciò che anima il movimento politico che Donald Trump ancora guida nell’America di oggi – alla quale si aggiunge il desiderio di superare il suo patto scellerato con il suprematismo bianco, che ha plasmato ed ancora mutila gli Stati Uniti fin dalla loro fondazione.

Il senso di nostalgia è però anche ciò che ha ispirato le azioni dei camionisti anti-vax canadesi, i quali hanno occupato Ottawa per buona parte dello scorso un mese brandendo le loro bandiere bianche e rosse come un esercito conquistatore. I camionisti evocavano tempi più semplici, quando le loro coscienze erano indisturbate dal pensiero dei corpi dei bambini indigeni, i cui reti stanno ancora venendo a galla nel terreno di quelle istituzioni genocide che un tempo osavano chiamarsi “scuole”. Ovviamente la loro non è una nostalgia calda e accogliente dei piaceri dell’infanzia ricordati in modo confuso; è una nostalgia furiosa e distruttiva che si aggrappa ai falsi ricordi di glorie passate in assenza di prove.

Tutti questi movimenti ed attori politici ispirati dalla nostalgia condividono anche una comune saudade per qualcos’altro, qualcosa che può sembrare svincolato dalle loro specifiche ambizioni ma non lo è. Tutti questi individui condividono una comune nostalgia per un tempo in cui i combustibili fossili potevano essere estratti dalla terra senza pensieri inquietanti di estinzione di massa, bambini che reclamano il loro diritto al futuro, e rapporti ad hoc dell’Intergovernmental Panel on Climate Change – come quello rilasciato qualche giorno fa dal segretario delle Nazioni Unite Antònio Guterres, che vuole essere un “atlante della sofferenza umana e un’accusa schiacciante di leadership climatica fallita”.

Putin, per esempio, è a capo di uno stato petrolifero che ha rifiutato di diversificare la sua dipendenza economica dal petrolio e dal gas, nonostante l’effetto devastante del cambio costante del valore sui mercati di materie prime sulla sua gente e l’agghiacciante realtà del cambiamento climatico in atto. Trump è invece ossessionato dai soldi facili che i combustibili fossili offrono. Non a caso, la sua Presidenza ha fatto della negazione del cambiamento climatico una firma politica. I camionisti no-vax canadesi, infine, non solo hanno scelto camion a diciotto ruote ed il contrabbando di taniche di benzina come simboli di protesta, ma hanno anche radicato la leadership politica del loro movimento nell’industria petrolifera che sorge sulle sabbie bituminose dell’Alberta. Prima di trasforare il proprio mevimento in un “convoglio della libertà”, molti di questi camionisti no-vax hanno messo in scena una prova generale nota come “United We Roll”: un un convoglio del 2019 che combinava una zelante difesa degli oleodotti che attraversano (distruggendole) riserve indigene e foreste canadesi, l’opposizione al carbon pricing, la xenofobia anti-immigrati e la nostalgia esplicita per un Canada bianco e cristiano.

Sebbene i petrodollari siano alla base degli interessi di tutti questi attori e forze politiche, è fondamentale capire che il petrolio altro non è se non il simbolo di una visione del mondo più ampia, una cosmologia profondamente intrecciata con il “Destino Manifesto” e la “Dottrina della Scoperta”, che classificava la vita umana e non umana in una rigida gerarchia, con gli uomini bianchi cristiani in cima e tutti gli altri in fondo. Il petrolio, in questo contesto, è il simbolo della mentalità estrattiva: non solo un frutto del supposto diritto divino di continuare ad estrarre combustibili fossili, ma anche del diritto di continuare a prendere tutto ciò che si vuole dall’ambiente e dagli altri, lasciandosi dietro del veleno senza mai guardarsi indietro.

Naomi Klein

Questo è il motivo per cui la crisi climatica in rapida evoluzione rappresenta non solo una minaccia economica per le persone direttamente coinvolte nel settori estrattivo, ma anche una minaccia cosmologica per le persone coinvolte in questa visione del mondo. Perché il cambiamento climatico è la Terra che ci dice che niente è gratis; che l’era del “dominio” umano (bianco e maschile) è finita; che non esiste una relazione a senso unico composta solo dal prendere; che tutte le azioni hanno reazioni.

Questi secoli di scavi e rigurgiti stanno ora scatenando forze che fanno sembrare vulnerabili e fragili anche le strutture più robuste create dalle società industriali: città costiere, autostrade, piattaforme petrolifere. Dal punto di vista della mentalità estrattivista, ciò è impossibile da accettare. Non dovrebbe sorprendere che Putin, Trump e i “convogli della libertà” canadesi, date le loro comuni cosmologie, si stiano raggiungendo l’un l’altro attraverso geografie disparate e circostanze selvaggiamente diverse. Così Trump loda i canadesi dicendo che il loro “è un movimento pacifico di camionisti patriottici, lavoratori e famiglie che protestano per i loro diritti e libertà più elementari”. Tucker Carlson e Steve Bannon tifano invece per Putin mentre i camionisti sfoggiano i loro cappelli MAGA. Randy Hillier, un membro della legislatura dell’Ontario (Canada), che è anche uno dei più forti sostenitori del convoglio, dichiara su Twitter che “Molte più persone sono morte e moriranno per questa inoculazione [i vaccini anti-Covid], che nella guerra Russia/Ucraina”. E che dire di quel ristorante dell’Ontario che la settimana scorsa ha messo sulla sua bacheca delle specialità quotidiane l’annuncio che Putin “non sta occupando l’Ucraina” ma si sta opponendo al Grande Reset ed ai satanisti, “combattendo in prima linea contro la schiavitù dell’umanità”? 

Queste alleanze sembravano profondamente bizzarre e improbabili all’inizio. Ma basta guardarle un po’ più da vicino, e risulta chiaro chiaro che sono legate assieme da un atteggiamento comune verso nei confronti della storia, il quale si aggrappa ad una versione idealizzata del passato e rifiuta fermamente di affrontare le difficili verità che il futuro ci impone. I protagonisti di queste strambe alleanze condividono anche un piacere comune nell’esercizio del potere crudo: l’auto a 18 ruote contro il pedone, la realtà fabbricata e urlata contro il cauto rapporto scientifico, l’arsenale nucleare contro la mitragliatrice.

Questa è l’energia che attualmente si sta sprigionando attraverso molte sfere diverse, iniziando guerre, attaccando sedi di governo e destabilizzando sprezzantemente i sistemi di supporto vitale del nostro pianeta. Questo è l’ethos alla radice di così tante crisi democratiche, geopolitiche e climatiche: un violento aggrapparsi ad un passato tossico ed un rifiuto di affrontare un futuro più intrecciato e interrelazionale, un futuro delimitato dai limiti di ciò che le persone e il pianeta possono sopportare. Questa è una pura espressione di ciò che la compianta Bell Hooks ha spesso descritto, con un ammiccamento scherzoso, come “il patriarcato capitalista imperialista bianco-suprematista” – perché a volte sono necessarie un sacco di parolone difficili per descrivere accuratamente il nostro mondo.

Un razzo colpisce un edificio residenziale a Kiev, Ucraina, il 26 febbraio 2022. Foto: Marcus Yam/Los Angeles Times via Getty Images

Il compito politico più urgente ed a portata di mano è quello di mettere abbastanza pressione su Putin da fargli vedere la sua invasione criminale dell’Ucraina come un rischio troppo grande da poter sostenere. Ma questo è solo l’inizio. “C’è una breve e rapida finestra che si sta chiudendo per assicurare un futuro vivibile al pianeta”, ha detto Hans-Otto Portner, co-presidente del gruppo di lavoro dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, che ha organizzato il rapporto di riferimento pubblicato questa settimana. Se c’è un compito politico unitario del nostro tempo a livello globale, è proprio quello di fornire una risposta completa a questa conflagrazione di nostalgia tossica.

All’interno di un mondo moderno nato nel genocidio e nell’espropriazione, ciò richiede una visione per un futuro che non abbiamo mai vissuto. I leader dei nostri paesi, con pochissime eccezioni, non sono affatto vicini a raccogliere questa sfida. Putin e Trump sono figure arretrate e nostalgiche, ed hanno molta compagnia nella destra estrema di molti altri paesi. Jair Bolsonaro è stato eletto giocando sulla nostalgia per l’era del governo militare del Brasile, e le Filippine (in modo quantomai allarmante) già sono pronte ad eleggere Ferdinand Marcos Jr., cioè il figlio del defunto dittatore che ha saccheggiato e terrorizzato la sua nazione per gran parte degli anni ’70 e ’80, alle prossime elezione.

Ma questa non è solo una crisi di destra. Anche molti portabandiera liberal sono figure profondamente nostalgiche, che offrono come antidoti al fascismo in ascesa nient’altro che un neoliberalismo riscaldato, apertamente allineato con gli interessi corporativi predatori – da Big Pharma alle grandi banche – e che ha fatto a pezzi gli standard di vita in ogni dove. Joe Biden è stato eletto con la confortante promessa di un ritorno alla normalità pre-Trump, senza considerare che questa tranquillante normalità è lo stesso terreno su cui è cresciuto il trumpismo.

Justin Trudeau è la versione più giovane dello stesso impulso: un’eco superficiale e attento alla nostalgia per gli interventi economici di suo padre, il defunto primo ministro canadese Pierre Elliott Trudeau, il quale però operava in tutt’altra epoca. Nel 2015, la prima dichiarazione di Trudeau Jr. sulla scena mondiale fu “Il Canada è tornato”; quella di Biden, cinque anni dopo, è stata “L’America è tornata, pronta a guidare il mondo”. Non sconfiggeremo le forze della nostalgia tossica con queste deboli dosi di nostalgia marginalmente meno tossica. Non basta infatti essere “tornati”. Abbiamo un disperato bisogno per qualcosa nuovo.

Il Presidente americano Joe Biden assieme al Primo Ministro canadese Justin Trudeau.

La buona notizia è che sappiamo cosa significa combattere le forze che consentono all’aggressione imperialista, lo pseudo-populismo di destra ed il collasso climatico di co-esistere ed allo stesso tempo creare alleanze fra loro. Questa ricetta politica assomiglia molto ad un New Deal verde, un quadro per uscire dai combustibili fossili investendo in posti di lavoro sindacalizzati a sostegno delle famiglie che facciano un lavoro significativo sul piano ambientale, come costruire case green a prezzi accessibili e buone scuole, iniziando prima dalle comunità più inquinate e marginalizzate sul piano sociale. Questa ricetta richiederà di allontanarsi da ogni fantasia di crescita illimitata e di investire in opere di impegno sociale e riparazione ecologica.

Implementare un New Deal verde – o un New Deal rosso, nero e verde, come è stato chiamato da altri – è la nostra migliore speranza per costruire una robusta coalizione multirazziale della classe operaia, basata sulla ricerca di un terreno comune e volta al superamento delle divisioni sociali. Fra le altre cose, questa sarebbe anche la ricetta migliore per tagliare i petrodollari che scorrono verso gente come Putin, poiché le economie verdi che hanno sconfitto la dipendenza dalla crescita illimitata non hanno bisogno di petrolio e gas importati. Sarebbe anche il modo migliore per tagliare l’ossigeno allo pseudo-populismo di Trump, Carlson, e banno Bannon, le cui basi di supporto elettorale si stanno espandendo perché questi loschi figuri sono molto più bravi a sfruttare la rabbia diretta verso le élite di Davos rispetto ai Democratici, i cui leader (per la maggior parte) provengono proprio da quelle élite.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sottolinea l’urgenza di questo tipo di trasformazione verde, ma lancia anche nuove sfide. Prima che i carri armati russi iniziassero a marciare, stavamo già sentendo da più parti che il modo migliore per fermare l’aggressione di Putin è quello di aumentare la produzione di combustibili fossili in Nord America. A poche ore dall’invasione, ogni progetto di ri-fossilizzazione del pianeta che il movimento per la giustizia climatica era riuscito a bloccare nell’ultimo decennio è stato freneticamente riportato sul tavolo dai politici di destra e dagli esperti dell’industria: ogni oleodotto cancellato, ogni terminale di esportazione del gas respinto, ogni campo di fracking protetto, ogni sogno di perforazione artica. Dal momento che la macchina da guerra di Putin è finanziata con i petrodollari, la soluzione che ci viene dettata è quella di trivellare ancora più forte, fratturare e inondare il resto del mondo più di nuovo oro nero.

Questa è una farsa capitalista del tipo di cui ho già scritto fin troppe volte. In primo luogo, la Cina continua a comprare il petrolio russo, indipendentemente da ciò che accade nella Marcellus Shale o nelle sabbie bituminose dell’Alberta. Secondo, le scadenze sono fantasiose. Non esiste una soluzione a breve termine per i combustibili fossili. Ognuno dei progetti sbandierati come soluzione alla dipendenza dai combustibili fossili russi richiederebbe anni per avere un impatto reale sull’economia Nord Americana e, affinché i loro costi sommersi abbiano un senso finanziario, i nuovi progetti di trivellazione in questione dovrebbero rimanere in funzione per decenni, in barba agli avvertimenti sempre più disperati che stiamo ricevendo dalla comunità scientifica.

Ma naturalmente la spinta per nuovi progetti sulle energie fossili in Nord America non è stata proposta per aiutare gli Ucraini o indebolire Putin. La vera ragione per cui tutti i vecchi sogni sono stati rispolverati è molto più grossolana: questa guerra li ha resi enormemente più redditizi dal giorno alla notte. Nella stessa settimana in cui la Russia ha invaso l’Ucraina, il benchmark europeo del petrolio, il Brent, ha raggiunto i 105 dollari al barile, un prezzo che non si vedeva dal 2014, ed è ancora oggi in bilico sopra i 100 dollari (che è il doppio di quello che era alla fine del 2020). Le banche e le compagnie energetiche stanno cercando disperatamente di trarre il massimo profitto da questo rally dei prezzi, in Texas, Pennsylvania ed Alberta. Così come Putin è determinato a rimodellare la mappa dell’Europa orientale dopo la guerra fredda, questo gioco di potere nel settore dei combustibili fossili è destinato a rimodellare la mappa dell’energia in Nord America.

Il movimento per la giustizia climatica ha vinto alcune battaglie molto importanti nell’ultimo decennio. È riuscito a vietare il fracking in interi paesi, stati e province. Enormi oleodotti come il Keystone XL sono stati bloccati, così come molti terminali di esportazione e varie incursioni di perforazione nell’Artico. La leadership indigena ha giocato un ruolo centrale in quasi tutte queste battaglie. Inoltre, a partire da questa settimana, 40 trilioni di dollari, cioè il valore delle dotazioni e dei fondi pensione di oltre 1.500 istituzioni, sono stati impegnati in qualche forma di disinvestimento dai combustibili fossili, grazie a un decennio di ostinata organizzazione su quel tema.

Naomi Klein ad una manifestazione contro il cambiamento climatico nel 2020.

Ma ecco un segreto che i nostri movimenti spesso nascondono anche a se stessi: da quando il prezzo del petrolio è crollato nel 2015, abbiamo combattuto un’industria con una mano legata dietro la schiena. Questo perché il petrolio ed il gas più economici e di più facile accesso sono per lo più esauriti in Nord America. Così le battaglie sui nuovi progetti si sono concentrate su fonti di energia non convenzionali e più costose da estrarre: combustibili fossili intrappolati nella roccia scistosa, o sotto i fondali marini nell’oceano profondo, o sotto il ghiaccio artico, o il fango semi-solido delle sabbie bituminose dell’Alberta. Molte di queste nuove frontiere del combustibile fossile sono diventate redditizie solo dopo che gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq nel 2003, il che ha fatto impennare i prezzi del petrolio. Improvvisamente, ha avuto senso dal punto di vista economico fare degli investimenti multimiliardari per estrarre il petrolio dalle profondità oceaniche o per trasformare il bitume fangoso dell’Alberta in petrolio raffinato.

Gli anni del boom erano su di noi, con il Financial Times che ha descritto la frenesia delle sabbie bituminose come “il più grande boom di risorse del Nord America dalla corsa all’oro del Klondike”. Tuttavia, quando il prezzo del petrolio è crollato nel 2015, la determinazione dell’industria a continuare a crescere a un ritmo così frenetico ha vacillato. In alcuni casi, gli investitori non erano sicuri che avrebbero recuperato i loro soldi, il che ha portato alcune major a ritirarsi dall’Artico e dalle sabbie bituminose. E con i profitti e i prezzi delle azioni in calo, gli organizzatori del disinvestimento sono stati improvvisamente in grado di dimostrare che investire nei combustibili fossili non era solo immorale, ma era un pessimo investimento anche nei termini del capitalismo.

Oggi le azioni di Putin hanno slegato la mano dietro la schiena di Big Oil e l’hanno trasformata in un pugno. Questo spiega la recente ondata di attacchi al movimento per il clima e alla manciata di politici democratici che hanno avanzato la proposta di interventi sul clima basati sulla scienza. Per esempio, Tom Reed, un parlamentare repubblicano di New York, ha affermato la scorsa settimana: “Gli Stati Uniti hanno le risorse energetiche per sbattere la Russia interamente fuori dal mercato del petrolio e del gas, ma non usiamo queste risorse a causa della ruffianeria di parte del presidente Biden e degli estremisti ambientalisti del partito democratico”. È vero l’esatto contrario.

Se i governi, molti dei quali hanno condotto politiche promettenti come il Green New Deal nell’ultimo decennio e mezzo, avessero effettivamente attuato le loro iniziative sul clima, Putin non sarebbe stato in grado di farsi beffe del diritto internazionale come sta facendo così palesemente, sicuro nella convinzione di avere ancora clienti per i suoi idrocarburi sempre più redditizi. La ragione della crisi di fondo che stiamo affrontando non è che i paesi del Nord America e dell’Europa Occidentale non siano riusciti a costruire un’infrastruttura basata sui combustibili fossili che gli permetterebbero di affrancarsi dal petrolio e dal gas russo; è che tutti noi – Stati Uniti, Canada, Germania, Giappone – stiamo ancora consumando quantità oscene e insostenibili di petrolio e gas, ed in effetti di energia. Punto.

Sappiamo come uscire da questa crisi: Aumentare le infrastrutture per le energie rinnovabili, alimentare le case con l’eolico e il solare, elettrificare i nostri sistemi di trasporto. E poiché tutte le fonti di energia hanno costi ecologici, dobbiamo anche ridurre la domanda di energia in generale, attraverso una maggiore efficienza, più trasporti di massa e meno sprechi. Il movimento per la giustizia climatica queste cose ce le dice ormai da decenni. Il problema non è che le élite politiche abbiano passato troppo tempo ad ascoltare i cosiddetti estremisti ambientalisti, è che non ci hanno ascoltato affatto.

Ora ci troviamo in uno strano momento, in cui un grande affare sembra in palio. BP ha annunciato che venderà la sua quota del 20% del gigante petrolifero russo Rosneft, ed altri stanno seguendo il suo esempio. Questa è potenzialmente una buona notizia per l’Ucraina, dal momento che la pressione su questo settore più critico avrà certamente l’attenzione di Putin. Tuttavia, dovremmo anche essere chiari sul fatto che queste cose probabilmente stano accadendo solo perché la BP sta progettando di trarre pieno vantaggio dalla frenesia del petrolio e del gas, scatenata dai prezzi più alti, in Nord America e altrove. “La BP rimane fiduciosa nella flessibilità e resilienza della sua struttura finanziaria”, ha rassicurato gli osservatori del mercato nel suo comunicato stampa annunciando la mossa. È anche significativo che la notizia della BP sia arrivata a poche ore dall’annuncio del cancelliere tedesco Olaf Scholz che il suo paese costruirà due nuovi terminali di importazione allo scopo di ricevere spedizioni di gas naturale, bloccando ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili nel mezzo di un’emergenza climatica.

Questi terminali sono stati a lungo osteggiati dagli ambientalisti tedeschi, ma ora vengono fatti passare con la scusa della guerra, presentati come l’unico modo per compensare il gas che Scholz aveva recentemente annunciato non scorrere attraverso il North Stream 2, il nuovo gasdotto costruito sotto il Mar Baltico. Quella mossa ha trasformato un pezzo di infrastruttura di combustibile fossile all’avanguardia in un “buco nel terreno da 11 miliardi di dollari,” nelle parole del capo ufficio europeo del Globe and Mail, Eric Reguly.

Ma non sono solo i progetti sui combustibili fossili ad essere rianimati. “Stiamo raddoppiando le energie rinnovabili”, ha dichiarato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, in un annuncio effettuato prima che la Russia invadesse l’Ucraina. “Questo aumenterà l’indipendenza strategica dell’Europa in materia di energia,” ha aggiunto.

La raffineria di petrolio Sinclair Wyoming Refining Co. a Sinclair, Wyo. il 24 febbraio 2022. Foto: Bing Guan/Bloomberg via Getty Images

Guardando questi pezzi degli scacchi geopolitici volare attraverso la scacchiera globale nel giro di pochi giorni, insieme all’ultima ondata di sanzioni drammatiche contro le banche e i viaggi aerei russi, ci sono un sacco di ragioni per avere paura, tra cui una ripetizione di misure che puniscono i poveri per i crimini dei ricchi. Ma ci sono anche sprazzi di ottimismo. Ciò che rincuora non è tanto la sostanza di ogni singola mossa quanto la loro velocità e decisione. Come nel primi mesi della pandemia, la risposta all’invasione della Russia dovrebbe ricordarci che nonostante la complessità dei nostri sistemi finanziari ed energetici, questi possono ancora essere trasformati dalle decisioni dei semplici mortali.

Vale la pena soffermarsi su alcune delle implicazioni di questi avvenimenti. Se la Germania può abbandonare un indotto da 11 miliardi di dollari perché è improvvisamente visto come immorale (anche se lo è sempre stato), allora tutte le infrastrutture di combustibili fossili che violano il nostro diritto a un clima sostenibile possono essere rimesse in discussione. Se la BP può abbandonare una partecipazione del 20% in una grande compagnia petrolifera russa, quale investimento non può essere abbandonato se si basa sulla distruzione di un pianeta abitabile? E se il denaro pubblico può essere annunciato per costruire terminali di gas in un batter d’occhio, allora non è troppo tardi per lottare per il solare e l’eolico. Come ha scritto Bill McKibben nel suo eccellente newsletter la scorsa settimana, Biden potrebbe aiutare  questa trasformazione, usando i poteri a sua disposizione in tempi di emergenza, invocando il Defense Production Act per costruire un gran numero di pompe di calore elettriche e spedirle in Europa per mitigare il dolore per la perdita del gas russo.

Questo è lo spirito creativo di cui abbiamo bisogno in questo momento. Perché se stiamo costruendo una nuova infrastruttura energetica – e dobbiamo farlo – questa dovrebbe essere l’infrastruttura del futuro, senza basarsi su nostalgie per un passato tossica. Ci sono molte lezioni che dobbiamo prendere dal momento di terrore che stiamo tutti vivendo. Sui pericoli di permettere alle armi nucleari di proliferare senza controllo. Sulla miopia di svergognare le grandi potenze di un tempo. Sul grottesco doppio standard nei media occidentali su quali terre, e quali vite, sono trattate come invadibili ed usa e getta. Su quali migrazioni forzate sono trattate come crisi per i profughi, e quali sono trattate come crisi per i paesi che accolgono i profughi. Sulla volontà della gente comune di lottare per le terre – e su quali lotte per l’autodeterminazione e l’integrità territoriale sono celebrate come eroiche, e quali invece sono trattate come terroristiche. Tutte queste sono lezioni che dobbiamo imparare vivendo questo momento di nuda storia. 

Dobbiamo inoltre imparare anche un’altra lezione. È ancora possibile per gli esseri umani cambiare il mondo che abbiamo costruito quando la nostra stessa vita è in gioco. Dobbiamo farlo rapidamente e drammaticamente. Come due anni fa, quando la pandemia è stata dichiarata per la prima volta, siamo in un altro momento terrificante ma altamente malleabile. La guerra sta rimodellando il nostro mondo, ma anche l’emergenza climatica. La vera domanda da porsi è: sfrutteremo i livelli di urgenza e di azione in tempo di guerra per catalizzare l’azione climatica, rendendoci tutti più sicuri per i decenni a venire, o permetteremo alla guerra di aggiungere altro carburante ad un pianeta già in fiamme? Questa sfida è stata posta di recente anche da Svitlana Krakovska, una scienziata ucraina che fa parte del gruppo di lavoro del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico che ha prodotto il rapporto di questa settimana.

Anche mentre il suo paese era sotto l’attacco del Cremlino, la Krakovska ha detto ai suoi colleghi in una riunione virtuale che “il cambiamento climatico indotto dall’uomo e la guerra all’Ucraina hanno le stesse radici: i combustibili fossili e la nostra dipendenza da essi”. I crimini della Russia in Ucraina dovrebbero ricordarci che l’influenza corruttrice del petrolio e del gas è alla radice di praticamente ogni forza che sta destabilizzando il nostro pianeta. La spavalderia compiaciuta di Putin? Portata da petrolio, gas e armi nucleari. I camion che hanno occupato Ottawa per un mese, molestando i residenti, riempiendo l’aria di fumi e ispirando convogli imitatori in tutto il mondo? Uno dei leader dell’occupazione si è presentato in tribunale qualche giorno fa indossando con una felpa “I ♥ Oil and Gas” Lui sa chi sono i suoi sponsor.

Manifestanti in supporto dei convogli di camionisti anti-vax in Alberta, Canada.

Il negazionismo e la cultura del complotto sono in ascesa? Ehi, una volta che hai negato il problema del clima, le pandemie, le elezioni, o praticamente qualsiasi forma di realtà oggettiva, negare ogni cosa diventa è un gioco da ragazzi. In questa fase avanzata del dibattito, molto di questo è ormai chiaro a tutti. Il movimento per la giustizia climatica ha già proposto ogni argomento valido per l’implementazione di un piano d’azione trasformativo. Quello che rischiamo di perdere, nella nebbia della guerra, è solo la nostra faccia tosta.

Perché niente cambia le persone come la violenza estrema, anche la violenza che viene attivamente sovvenzionata dall’impennata del prezzo del petrolio. Per evitare che ciò accada, potremmo cominciare ad ispirarci alla Krakovska, che a quanto pare ha anche detto ai suoi colleghi al Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici in quella riunione a porte chiuse, “Non ci arrenderemo in Ucraina”.

E speriamo che neppure mondo non si arrenda nella costruzione di un futuro “di resistenza climatica”. Le parole della Krakovska avrebbero talmente commosso la sua controparte russa che, come riferito da testimoni oculari, i suoi membri hanno rotto i ranghi e si è scusato per le azioni del loro governo – un breve scorcio di un mondo che finalmente ha il coraggio di guardare avanti, non indietro.

Naomi Klein è una corrispondente di The Intercept e Professor of Climate Justice presso l’Università della British Columbia (Vancouver, Canada). È stata la prima “Gloria Steinem Endowed Chair” in scienze della comunicazione, cultura e studi femministi alla Rutgers University fino a settembre 2021. È una premiata giornalista e autrice di best-seller come “How to Change Everything” (2021), “On Fire: The Burning Case for A Green New Deal” (2019), “The Battle for Paradise” (2018), “No Is Not Enough” (2017), “This Changes Everything” (2014), “The Shock Doctrine” (2007) e “No Logo” (1999).

Articolo originale su The Intercept qui