Non solo Putin: il conflitto fra Russia e Ucraina nell’era sovietica

Alla luce di quanto sta accadendo in Ucraina, potrebbe essere interessante indagare i motivi profondi che hanno portato alla pericolosa escalation tra Kiev e Mosca. Sarebbe ingenuo pensare che le attuali tragiche conseguenze non trovino una spiegazione nella accesa conflittualità che ha visto, nel tempo, contrapposte la Russia e l’Ucraina.

Per i Russi, infatti, un “problema ucraino” è sempre esistito. Esso è legato alle richieste di autonomia perseguite dagli Ucraini almeno fin dall’epoca sovietica e mai accordate dai Russi.

Il paesaggio urbano di Mariupol (Ucraina) presenta ancora profonde tracce dell’esperienza sovietica

Con la ratifica degli accordi di Belazeva del 1991, la Russia prese atto delle secessioni intervenuta a seguito degli incontri che i Presidenti Eltsin per la Russia, Kravcuk per l’Ucraina e Suskevic per la Bielorussia avevano avuto per decidere delle sorti della URSS. In realtà, come emerso in seguito, pur prendendo atto della dissoluzione dell’URSS, nelle intenzioni dei rappresentanti dei tre stati slavi della neonata CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) c’era soprattutto la volontà di sancire degli accordi di cooperazione tra Paesi etnicamente omogenei.

Per capire come queste iniziali intenzioni di cooperazione si siano presto trasformate in accese conflittualità tra le parti in causa, può essere interessante ricordare quanto accadde il 17 marzo del 1917, quando vari partiti politici attivi sul territorio ucraino (che allora era una regione della Russia Zarista) si riunirono a Kiev per istituire la Centralna Rada, un modello di monocameralismo che ispirò nel 1991 l’attuale assetto parlamentare (Verchovna Rada) dell’Ucraina moderna.

Il Segretariato Generale della Centralna Rada. Kiev, 1917.

La Centralna Rada era un Comitato che doveva salvaguardare gli interessi ucraini presso il nuovo governo provvisorio, seguito all’abdicazione pochi giorni prima dello zar Nicola II a favore del fratello Michail che, come è noto, rifiutò l’investitura. Il governo provvisorio in Russia era guidato dal principe Georgij L’Vov, ma in realtà il Soviet di Pietrogrado era già un potere costituito e riorganizzato da Lenin a seguito delle sconfitte subite dai bolscevichi dopo l’insurrezione soffocata nel sangue nel Gennaio del 1905 da parte delle truppe imperiali guidate dal generale Vasil’cikov, plenipotenziario dello Zar presso Pietroburgo.

Le richieste della Centralna Rada, guidata dallo storico e patriota Michail Hrusevskij, esprimevano i bisogni del popolo ucraino presso il governo centrale, nella speranza (o, forse, nella convinzione) di trovare nella nuova governance russa un interlocutore capace di recepire le loro richieste. Infatti, in precedenza, i regimi zaristi si erano sempre rifiutati dì accogliere le istanze autonomiste che provenivano dell’Ucraina, nonostante il grande contributo, economico e culturale, che il Paese aveva dato per secoli alla Russia.

Gli appelli della Centralna Rada chiedevano l’istituzione di scuole ucraine, l’introduzione dell’ucraino come lingua ufficiale per l’insegnamento e per la pubblica amministrazione e un’ampia autonomia impositiva fiscale. Quindi il progetto era quello di inserire l’Ucraina all’interno di una Federazione Russa, uno Stato ispirato dal parlamentarismo delle nazioni occidentali, a cui seguì un “proclama di principi universali” che portò l’anno dopo alla nascita della Repubblica Popolare Ucraina. Che durò molto poco.

Lo storico e patriota ucraino Michail Hrusevskij. Kiev, 1917.

Vladimir Ilic Lenin, il giorno dì Natale del 1917, nella Kharkov oggi assediata da Putin, fece proclamare e riconobbe subito la Repubblica Sovietica d’Ucraina imponendo un Governo fantoccio, accusando la Centralna Rada di doppiogiochismo borghese e di non rappresentare le masse operaie. Nel Febbraio del 1918 quindi invase Kiev; e fu in risposta a ciò che la Centralna Rada proclamò la propria autonomia dai Soviet, poi repressa dall’Armata Rossa. Da allora, e fino al 1991, ogni tentativo autonomista dell’Ucraina è stato represso, spesso nel sangue.

 

Una statua di Lenin ridipinta dagli autonomisti della città ucraina di Velyka Novosilka nel 2014. La statua venne abbattuta dalle autorità locali l’anno successivo.

E’ in questa ottica che è necessario inquadrare quanto sta accadendo oggi in Ucraina. Putin ha iniziato annettendo la Crimea nel 2014, per poi appoggiare le istanze autonomiste del Donbass, fino all’attuale riconoscimento delle Repubbliche russofone di Donetsk e Lugask.

Non che gli interessasse molto delle popolazioni locali, di certo mirava molto di più ai ricchi bacini carboniferi dell’Ucraina orientali, da sempre economicamente strategici per le esigenze della produzione dell’URSS prima, e della Russia poi. Ma il Presidente russo era in particolar modo interessato anche a quel passaggio che dal Donbass rendeva agevole la penetrazione militare fino al Mar d’Azov e da lì al Mar Nero e quindi ad Odessa, un porto che era stato storicamente strategico della Marina Militare dell‘URSS.

La marina di Putin si prepara ad accerchiare il porto do Odessa.

Conclusa la reconquista di quei territori a sud dell’Ucraina, può dirsi terminato l’accerchiamento che parte da Kharkov al nord del Paese, per arrivare fino a Kiev e quindi ai docili confini della Bielorussia. Per avere così un’Ucraina smembrata, destinata nei disegni di Putin ad essere vassalla dell’Impero Russo. Un destino tragico che dopo più di un secolo pare sia rimasto incompiuto.

 

Antonio Buttazzo