Non solo “The Suicide Squad”: il cinema di James Gunn fra ratti, wrestling e B-movies

Si potrebbe iniziare ad analizzare la poetica cinematografica di James Gunn osservando con attenzione le famigerate foto ed i discussi post che lo hanno portato al licenziamento (momentaneo) dai Marvel Studios. Già là sono chiari ed evidenti i suoi peculiari tratti stilistici, dall’uso incessante del black humor, all’interesse verso una dissacrazione totalizzante, fino alla morbosa attrazione verso il freak e tutti ciò che di marcio esiste al mondo.

In queste foto “colpevoli” (probabilmente scattate durante una festa in costume e diffuse sui social in un momento di eccessiva leggerezza) vediamo Gunn nei panni di un prete pedofilo. In altre parole, il regista riveste i panni di un “mostro” allo scopo di  dissacrarlo dal suo interno, il che non è per nulla differente da ciò che egli ha sempre fatto nel corso di tutta la sua carriera audiovisiva.

Le foto dello scandalo social che è costato a James Gunn l’allontanamento dai Marvel Studios.

Formatosi alla Troma (una famosa casa di produzione americana specializzata in trash-movies) grazie al sostegno di Lloyd Kaufman, James Gunn impara il mestiere affiancando il suo maestro alla regia di Tromeo and Juliet (1996), una riproposizione del capolavoro Shakspeariano dai toni splatter e dal forte retrogusto red-neck. Gunn si avvicina così sin dal principio a quell’ambiente underground, parallelo a quello patinato di Hollywood, che ha definito la Troma nel corso degli anni e l’ha resa una delle case di produzione più alternative del mercato cinematografico USA.

Nei primi anni Duemila, Gunn finalmente accede all’industria mainstream. Prima firma la sceneggiatura del remake dell’Alba dei morti Viventi diretto da Zack Snyder (2004). Poi scrive i due capitoli dei live action di Scooby-Doo (2002 e 2004), ulteriore emblema della fantasie fanciullesche del’autore e dell’horror a basso budget. Anche in questi due casi il suo sguardo procede coerente e attento a tracciare un percorso ben delineato, dove la rivalutazione autoriale del b-movie e del cinema di genere continuano ad essere la sua tara artistica di riferimento.

Firma anche due altre opere che lo allontanano dal cinema in senso stretto. La prima è una collaborazione con Goichi Suda, game designer nipponico noto per la sua sregolatezza, sfacciataggine e totale noncuranza nei confronti di tutto ciò che è tecnica e canone in materia videoludica. Gunn firma con lui il videogioco a tema zombie Lollipop Chainsaw (2012), il cui solo titolo è già tutto un programma. La seconda è PG-Porn (2008), una webserie che racconta il mondo del porno senza contenere al suo interno alcuna scena di sesso esplicito. La webserie è composta da episodi che per contenuto e forma ricordano il format pornografico, ma che vengono privati di ogni finalità erotica allo scopo di dissacrarne il genere. La webserie ha un discreto successo di pubblico e coinvolge svariate personalità note, portando addirittura Guann a collaborare con la mitica Sasha Grey.

James Gunn e Sasha Grey in una locandina di PGPorn (2008)

Si giunge così ai suoi film più personali, ovvero l’horror Slither (2006) e la action comedy Super (2010), che finalmente definiscono Gunn come autore cinematografico a 360 gradi e gli danno modo di concretizzare la sua poetica. In entrambi i casi tornano le cifre stilistiche e le referenze che hanno caratterizzato l’opera del Nostro fin dal principio. Se con Slither tronfano il body horror, il B-movie e lo splatter, con Super il fumetto, l’animazione ed il black humor la fanno da padroni.

Ma é con la successiva e sorprendente collaborazione con i Marvel Studios (e quindi con l’impero di Mickey Mouse) che il regista si fa conoscere al pubblico di massa diventando un vero e proprio autore di culto. Con i due capitoli dei Guardiani della Galassia (2014 e 2017), Gunn riesce a realizzare l’impensabile. Muovendosi con astuzia all’interno di un macchinario narrattivo perfetto e controllato come quello del Marvel Cinematic Universe, il regista riesce ad innestare la sua poetica underground sui canoni politically correct imposti dall Disney. Il risultato è un ibrido perfetto, un mostro di Frankestein a metà strada fra film per famiglie e dissacrante opera di nicchia.

Dettaglio della locandina di “Guardiani della Galassia Vol. 2” (2017)

Nel nuovissimo “The Suicide Squad” (2021), però, libero dal giogo e dalle imposizioni Disney, Gunn realizza la sua opera migliore se non il vero e proprio manifesto della sua intera carriera. Sin dal prologo del film, grazie ad una scena a tutti gli effetti “suicida”, il regista taglia i ponti con il passato, allo scopo di prendersi le dovute distanze dallo sfortunato prequel di Ayer e potersi ritagliare un suo spazio personale.

I personaggi del nuovo Suicide Squad non sono più dei presunti cattivi da fumetto in cerca di redenzione. Essi sono i figli e le figlie della poetica espressa dal regista fin dai suoi primi passi nel mondo del cinema. Uomini squalo, esperimenti scientifici, malati psicotici ed action heroes dal machismo dissacrante. Gli antieroi di Gunn sono tutti dei freak e degli emarginati. Dai protagonisti fino allo stesso villain, sono tutte personalità atipiche in cerca di una via di fuga e di una rivincita. Sono variabili folli che si ribellano ad un ordine più grande (lo stato americano ed il suo sistema carcerario) che li opprime, li schiaccia e cerca di incasellarli. In questo senso Gunn reintroduce in casa DC il chiaro sottotesto politico, basato in questo caso su di una mai superficiale dissacrazione dell’America coercitiva ed autoritaria, che il regista si porta dietro fin dai tempi della Troma.

Anche in The Suicide Squad, inoltre, Gunn continua la sua rilettura della figura del wrestler, vero e proprio tropos della cultura popolare americana. Dopo l’ottima prova attoriale dell’ex-wrestler Bautista in Guardiani della Galassia, Gunn decide infatti di affidare a John Cena uno dei principali ruoli del suo nuovo film. L’energumeno si un attore all’altezza, che nelle mani giuste può essere capace, peculiare e funzionale; una figura sì muscolare, ma anche capace di non prendersi mai sul serio creando quindi caratterizzazioni a tutto tondo. Gunn si rivela così uno dei rari autori cinematografici a capire e sfruttare appieno il potenziale teatrale e folklorico del variopinto mondo wrestling, valore ancora troppo poco riconosciuto dalla cinematografia mainstream.

Il wrestler John Cena nei panni di Peacemaker, uno dei personaggi più riusciti di “The Suicide Squad” (2021)

Gunn continua così a poggiare il suo sguardo verso tutte quelle realtà distorte, parallele e spesso sminuite. Oltre al wrestling, anche lo stesso mondo dei fumetti ne esce valorizzato. The Suicide Squad infatti non nasconde mai le proprie origini. I capitoli del film ed i personaggi più rilevanti del film sono infatti sempre introdotti da didascalie, giochi grafici e particolari font, che sfruttano il montaggio ed il mezzo cinematografico allo scopo di rifarsi esplicitamente ed in modo assai efficace all’estetica ed alla forma del fumetto.

Con il personaggio di Ratcatcher, antieroina provvista del curioso potere di controllare i ratti, Gunn si affida infine al simbolismo allo scopo di elevare il ratto a metafora e centro nevralgico di tutto il suo discorso poetico. Il ratto, animale che vive ai margini, associato da sempre allo sporcizia e alla malattia, in The Suicide Squad diviene un deus ex machina quasi divino, una forza così ampia, risoluta e stravagante da abbattere chiunque, incluso il principale villain del film.

Daniela Melchior nei panni di Ratcatcher (2021)

La vittoria del ratto non è altro che la vittoria di James Gunn e di tutta la sua poetica, dei suoi emarginati, dei suoi freak, contro un’industria culturale escludente, etichettante e restìa ad accogliere sguardi fuori dal senso comune. È abbastanza chiaro quindi come The Suicide Squad sia, sotto ogni suo aspetto, l’esaltazione più pura del discorso che Gunn porta avanti da sempre, se non un vero e proprio manifesto di tutta la sua arte.