Palagiano e la gestione del Bene Comune

È solo perché l’uomo ha uno spazio vissuto che ha senso dire che lo spazio manca, che lo si pretende, che se ne ha bisogno. (Tonino Griffero)

Il filosofo tedesco Peter Sloterdijk vuole “sapere tutto dello sfondo, di ciò che è ripiegato, di ciò che era fino a quel momento indisponibile e ritirato – e se non tutto, almeno abbastanza per renderlo disponibile in vista di nuove azioni in primo piano, di dispiegamenti, di interventi, di riforme”. Anch’io, come Sloterdijk, sono un soggetto senziente ed una spettatrice emancipata. Voglio conoscere tutto di ciò che mi circonda per avere più chiare quali sono le cose da migliore, le cose da odiare. E soprattutto voglio avere la possibilità di vedere cose che non sono immediatamente percepibili e poter mettere questa mia visione al servizio della collettività rispetto alla tutela del bene comune, di ciò che è di tutti ma non tutti lo sanno. Con questo non intendo dire che la mia è la posizione migliore, ma riuscire ad avere un terzo occhio capace di osservare le cose in maniera oggettiva dovrebbe essere una capacità sviluppata da tutti, perchè permette di comprendere quali sono i limiti, i problemi, e soprattutto mette nelle condizioni di provare a ragionar per trovare delle soluzioni che possano fare del bene.

Alla luce di tutti gli articoli pubblicati fino ad ora sulla brutta atmosfera che si respira a Palagiano, non voglio criticare per il gusto di farlo. Vorrei piuttosto che questi miei interventi fossero uno spunto di riflessione su tutte le cose che andrebbero sistemate per conferire nuova luce a questo magico e disincantato posto a 20 metri sotto il livello del mare. Un posto che, se i climatologi avessero ragione, verrà probabilmente sommerso presto per sempre dallo scioglimento dei ghiacciai polari.

L’autrice Denis Daelbare, in “La Fabrique de l’espace public”, sostiene che per far sì che un progetto possa funzionare è necessario effettuare un’operazione di politicizzazione del paesaggio promuovendo una politica attiva su tutto il territorio preso in considerazione. Questo stato di politicizzazione ha lo scopo di coinvolgere la cittadinanza e generare quel tanto agognato processo democratico di amore e affezione per il commons (il bene comune) di cittadinanza attiva e democrazia partecipata.

In realtà questo tipo di processo si sta già sviluppando a Palagiano, anche se in maniera non del tutto cosciente agli occhi della popolazione. Da poco sono state aperte le piazzette (non ancora inaugurate) riqualificate del progetto Piazze Narranti, Pio XII, Piazzetta Salvo d’Acquisto e Piazzetta Regina Margherita di Savoia.


In Piazzetta Regina Margherita, di cui nessun palagianese conosce realmente il nome perché da sempre chiamata “la Madonnina” per via di una statua raffigurante la Madonna, questo era un processo già attivo. In questa Piazzetta c’era (e c’è anche adesso!) il signor Torino, il quale ancora prima della gara d’appalto per la riqualificazione delle piazzette si occupava di accudire alberelli che puntualmente, una settimana sì ed una no, venivano distrutti dagli abitanti della notte. Insieme al signor Toriniìo ci sono le signore del vicinato che tengono in vita le sempre rigogliose le rose ai piedi della statua, compito che (prima che andassero via) era assolto dalle Suore.


Questo processo spontaneo di tutela del bene comune si sta adesso verificando anche sulla Piazzetta Pio XII, segno che (e lo dico fieramente) il mio lavoro di studiosa della società ha funzionato e non tutto è perduto. In Piazzetta Pio XII ci sono le Signore Palanga che finalmente hanno avuto un loro orticello in cui poter piantare “un poco di prezzemolo e rosmarino, due pomodori.” L’unica cosa che non è stata ancora concessa loro dalle autorità è l’acqua della fontana. Per innaffiare le piante in Piazzetta, Le Signore Palanga devono portarsi l’acqua da casa con il secchio.

foto presa dalla pagina Facebook di Studio Elefante

Anche se i loro protagonisti non ne sono del tutto consapevoli, queste sono delle vere e proprie politiche sociali che possono creare delle alternative agli stati di appiattimento e disincanto che circondano tutti gli aspetti del vivere ed abitare Palagiano. E che soprattutto mettono in atto quel principio di sussidiarietà sancito nell’art.118 della nostra costituzione in riferimento alla tutela ed alla gestione della cosa pubblica.

Anche se a Palagiano non è stato firmato nessun patto di collaborazione tra i cittadini ed il comune, in altre parole, la base pratica di questo patto sociale già c’è, ed è giusto che anche solo questo tipo di agire venga tutelato. Per farlo, Elinor Ostrom ci ha dato ben otto linee guida da seguire (grazie alle quali l’autrice ha anche vinto il premio Nobel per l’economia). Non elencherò tutte e otto le linee guida in questa sede, ma quello che permette a ben sette di loro di realizzarsi riguarda l’autogestione che ogni gruppo sociale si dà nella tutela del bene comune e le norme che il gruppo stesso si auto-conferisce trovando un equilibrio tale da permettere e garantire i principi di non escludibilità e non rivalità. In particolare, la Ostrom critica il principio teorico secondo il quale per garantire il giusto accesso alla cosa pubblica (e quindi all’acqua, all’elettricità, etc.) a tutti i cittadini il bene oggetto debba essere gestito o solo dallo Stato o solo dal settore Privato. Per la Ostrom, infatti, esiste una terza possibilità ed è quella più democratica in assoluto: la collaborazione tra pubblico e privato.

A Palagiano esistono molti spazi pubblici e beni comuni che andrebbero tutelati e reimmessi (in alcuni casi immessi) all’interno del circuito socio-economico. Questi spazi e questi beni di fatto non sono gestiti ne dal settore pubblico nè da quello privato:

•  Il Laboratorio Urbano (LU): luogo di aggregazione giovanile e fucina di idee, che ha regalato meravigliose primavere a chi ha potuto usufruirne è ad oggi, con lo scoppio della pandemia, non solo condiviso con la postazione del 118, ma anche impraticabile come edificio (su questa tipologia di imprese culturali, perché sono imprese, sto conducendo una ricerca che presto condividerò con i lettori di Deep Hinterland);

• Il Teatro Comunale: Chiuso e fino a qualche tempo fa accessibile solo dall’associazione Luce&Sale;

• La sede distaccata del museo MArTA di Taranto: ubicato nell’ex palazzo comunale ed usato una sola volta per l’allestimento di una mostra. Al suo interno avrebbero dovuto esserci le lapidi ritrovate durante gli scavi per la costruzione della strada statale 7. Queste lapidi appartenevano ad antiche popolazione autoctone, precedenti alla venuta dei greci in Puglia. Invece che essere esposti al pubblico, questi importanti reperti archeologici sono lasciatii a depauperarsi nel cortile del Laboratorio Urbano. I bambini a volte li usano come  porte da calcio.

Fino ad un paio di settimane fa, perché bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare, in questo elenco rientravano anche la Biblioteca Comunale ed il Centro Diurno per ragazzi normodotati, che oggi invece (con tutte le precauzioni possibili) permette di svolgere attività.

A Palagiano abbiamo anche diversi siti archeologici che sono ad oggi impraticabili perché proprietà private o semplicemente perché finiti nel dimenticatoio:

• Il Menhir: Situato in contrada San Marco dei Lupini, è uno dei più comuni monumenti megalitici. Si tratta di blocchi di pietra dalla forma allungata, infissi perpendicolarmente nel terreno, nel caso di Palagiano sono isolati. Non sappiamo la funzione che ricoprissero in tempi preistorici. Alcuni pensano fossero simboli religiosi o idoli, segni di confine o sepolture. Altri ancora pensano che fossero artefatti monumentali;

•  Le fondamenta della Villa Romana detta Parete Pinto: la struttura, risalente al I secolo a.C. conserva i resti di un recinto in opus reticolatum che presenta tre ingressi, due ai vertici del lato nord, e uno, più stretto, al centro del lato sud. Qualche centinaio di metri più a ovest è visibile, nascosta da vigneti, un cisterna coeva e che probabilmente rientrava nella pars rustica della villa;

• Ponte di Lenne: all’altezza del ponte, è stato ritrovato un piccolo insediamento medievale con tombe, corredi e manufatti di argilla del V secolo a.C.;

• La Fontana del Fico: Tomba a fossa scavata nel tufo con qualche frammento di pietra tenera Naistros, che sormontava la sepoltura e oggetti da corredo, tra cui uno specchio bronzeo, un monile di argilla dorata, fibule di bronzo;

• Il  Frantoio Ipogeo: All’interno del centro abitato, lungo Corso Lenne nel campo da calcio parrocchiale “Pavone”, vi è un frantoio del 1805 dove si nota ancora la grande ruota di pietra viva che serviva per macinare l’olio con gli attacchi per i cavalli che permettevano alla ruota di girare su un asse ligneo;

•  Il Cozzo Marziotta: Nelle campagne di questa contrada è stato rinvenuto un centro preistorico fortificato nell’età del ferro con un insediamento capannicolo;

• La Torre fiume Lato: Risalente al 1500 e fatta costruire da Carlo V insieme a tutte le altre torri di avvistamento per gli attacchi e saccheggi, provenienti dal mare, di tutta l’area meridionale. Prende nome dall’omonimo fiume in cui è posizionata, e serviva a difendere l’appetibile territorio della Conca D’oro tra coltivazioni e masserie. La Torre Lato, è incastonata nella Riserva naturale Stornara, all’altezza dell’km ferroviario 22, della Ferrovia Jonica, Taranto – Metaponto;

• La Sorgente di Calzo: è stata rinvenuta una necropoli insieme ad alcuni arredamenti funebri, vasi e utensili. In antichità unica fonte da cui attingere acqua potabile.

• Il Bosco adiacente al fiume Lenne: Qui è possibile ammirare il Pino d’Aleppo, il più grande d’Europa.

Potrei stare ad elencare per ore quelli che sono i luoghi, i paesaggi, gli edifici dimenticati di questa terra martoriata dalla noia e dall’incapacità di guardare a quello che potrebbe davvero essere bello e vissuto anche con affezione e maggiore consapevolezza da tutti, se solo fosse riconosciuto dai cittadini stessi come qualcosa a cui attribuire un valore. Una volta che si ha consapevolezza di cosa potrebbe essere ed in cosa potrebbe trasformarsi con un pò di buona volontà questo piccolo paesello dolceamaro, l’unica cosa da fare è agire. Per farlo, c’è bisogno usare quella piccola intuizione democratica che ha avuto la Ostrom: collaborare con le istituzioni locali.

Bisogna cercare un dialogo con l’amministrazione pubblica, che a sua volta dovrebbe essere disposta a collaborare con la cittadinanza e non adoperare quelle brutte pratiche di politica top-down secondo cui la conferma del potere equivale alla conferma di consenso elettorale. Perchè altrimenti la politica fallisce e puntualmente accade che a concludere i mandati sono sempre commissari esterni che non ha votato nessuno.

Ogni volta che torno a casa a Palagiano è sempre la stessa storia. I primi giorni sono felice, sembra tutto bello intorno, i colori, il sole, il mare, la famiglia, la voglia di costruire qualcosa di bello. Ogni volta sto sempre lì a pensare: “questo posto non cambierà mai, è il caso che faccia qualcosa e gli dia ciò che manca!”. Poi però mi accorgo che ciò che manca a Palagiano sembra mancare solo a me. Allora tutto comincia a diventare grigio ed a perdere di senso. Anche se ci sono situazioni in cui queste atmosfere di grigiore vengono condivise da altri, ciò che resta inspiegabile è l’incapacità di reagire con alternative a queste vere e proprie sofferenze dell’anima.

Caterina Nicolini