Perchè il messaggio è il messaggio: tokenismo televisivo e pedagogia sanremese

Dovremmo porgere un rispettoso ringraziamento ai Grandi Elettori per aver scongiurato un imbarazzo internazionale per una elezione diversamente “dignitosa” del Presidente della Repubblica e soprattutto per aver evaso la pratica del voto in tempo per consentirci di praticare la disciplina olimpionica di commentatori indoor del Festival di Sanremo, di cui tutti abbiamo già dimenticato concorrenti e vincitori.

Ho assistito al Festival negli anni in cui non c’era l’orchestra e si cantava in playback, adolescente sono rimasto turbato per giorni per la spallina di Patsy Kensit, non ho perso un solo duetto dell’edizione del 1990 per comprendere quale mente geniale avesse associato Ray Charles a Toto Cutugno, ho visto Freddie Mercury cantare svogliato e indolente lontano dal microfono in segno di disappunto per il playback di Radio Gaga, ho cantato con i Depeche Mode ogni volta che sono saliti su quel palco e ricordo l’esordio dei Decibel con una straordinaria “Contessa”. Ma ricordo anche esibizioni orrende che ho cercato di rimuovere con anni di terapia.

Poi ho smesso e credo che questa disintossicazione sia stata agevolata dall’urgenza avvertita dagli autori del Festival di consegnare alla manifestazione il compito di “portare un messaggio”. Io odio le produzioni artistiche che sentono il dovere di educarti, rieducarti, insegnarti i valori della convivenza e del rispetto e speravo che, arrivati non so come nel 2022, questa aberrazione sul ruolo della televisione e dell’intrattenimento fosse stata corretta.

Invece non è così e adesso sul palco del Festival non puoi salire se non hai un messaggio edificante da portare. E quindi da anni assistiamo ai monologhi contro l’omofobia, ai discorsi contro il razzismo, agli sproloqui sulla violenza in genere e di genere. Ci sarebbe da dire che se i cantanti si fossero maggiormente occupati della propria produzione artistica e meno di principi morali, di giusto e sbagliato, negli anni avremmo avuto meno musica di merda di quella che abbiamo ascoltato fino a questo momento.

Se applichiamo lo stesso criterio alle produzioni televisive, non c’è da stupirsi se le serie TV italiane, portatrici di messaggi di speranza, non arriveranno mai alla qualità delle serie TV inglesi, per soggetto e sceneggiatura, specialmente se pensiamo che molte delle migliori serie sono prodotte dalla TV nazionale, la BBC, equivalente della Rai ma priva di obblighi morali imposti non si sa bene da quale giudice fustigatore di costumi.

Invece, tornando alle esibizioni sanremesi, abbiamo la serata con il gender token e annesso monologo, la serata con la ragazza di colore con annesso monologo per il black token, la serata con l’ospite disabile con annesso monologo sulla diversità, ma non dimentichiamo di consegnare i fiori anche agli uomini perché siamo fluidi e dobbiamo superare i limiti culturali del bigottismo. E nessuno che faccia presente che proprio questo atteggiamento compulsivo di redarguire gli spettatori su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato porta l’effetto contrario di sottolineare le differenze di genere, di razza e di percezione della sacra diversità.

Se questa strategia di promozione morale attraverso la diffusione di messaggi edificanti, applicata ad ogni produzione artistica visiva negli ultimi 20 anni, avesse funzionato, il nostro paese sarebbe una comunità civile, ispirata al miglioramento personale nel rispetto del miglioramento altrui, e potremmo dire di aver sconfitto il “chiagne e fotte”, unica disciplina di eccellenza praticata ad ogni livello della nostra società. Dopo decenni di infusione di buoni sentimenti e di gesti valorosi, dovremmo aver imparato a convivere apprezzando gli altri, valorizzando noi stessi e le nostre qualità e invece viviamo in un paese criptofascista in cui il dileggio, la prevaricazione e l’esaltazione delle fragilità altrui diventano leve per la sopravvivenza.

Non voglio essere educato dalla televisione di intrattenimento e non voglio essere destinatario di messaggi di speranza “per un futuro migliore”, perché pratico la speranza di un futuro migliore ogni giorno salutando le persone che incontro e non caricando sugli altri le mie responsabilità e le mie inadeguatezze.

Voi occupatevi di ascoltare musica decente, vedere film e serie TV di qualità e, per favore, smettetela di arrogarvi il diritto di pontificare con i vostri messaggi di speranza da 3a elementare.