Governati o governanti? Piccola storia dei sondaggi in Italia

Il rapporto tra governi e sondaggi non ha una struttura precisa, ma vede al suo interno diverse correnti di pensiero che, di volta in volta, guardano all’uso di questo strumento come qualcosa di positivo ma allo stesso tempo pieno di criticità. Il sondaggio nasce effettivamente come strumento di democratizzazione, un mezzo che potesse dare voce all’opinione pubblica e renderla influente anche al di fuori delle tornate elettorali.

A questo scopo, il sociologo Inglese Bryce già auspicava agli inizi del Novecento l’elaborazione di uno strumento capace di “pesare e misurare il volere popolare di settimana in settimana e di mese in mese”, di modo che l’opinione pubblica diventasse a pieno titolo un attore presente nel governo di un paese.

In Italia, i sondaggi furono usati per la prima volta negli anni del boom economico, tra il 1960 ed il 1974, dalla Democrazia Cristiana (DC) per fini conoscitivi o predittivi. All’inizio di questo periodo venivano commissionati ai militanti del partito segretamente, per via della
diffidenza che ruotava attorno questo strumento, soprattutto da parte del PCI.

Il risultato ovviamente non era di qualità perché i militanti non erano esperti di sondaggi. Fu proprio per ovviare a questi limiti (e permettere alla DC di avere elementi su cui basare le costruzioni delle proprie campagne elettorali) che Aldo Moro per primo commissionò segretamente alla DOXA ricerche motivazionali e sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani.

È nell’era del Berlusconismo, tuttavia, che i sondaggi hanno realmente cominciato a diventare pane quotidiano per la vita istituzionale del paese, permettendo di sintetizzare con poche cifre, trend e andamenti complessi, riportando l’analisi e la competizione politica al modello narrativo mediatico dell’horse race, rendendo l’elezione accattivante per lo spettatore. Berlusconi infatti ne era il maggiore fruitore, prima per analizzare il mercato e gli orientamenti elettorali e poi come strumento di comunicazione per orientare l’agenda mediatica imponendo issues di discussione.

Grazie all’uso diffuso dei sondaggi e la parallela spettacolarizzazione della politica propria del Berlusconismo, gli anni Novanta marcano quindi il passaggio dalla campagna elettorale, incentrata solo sulle elezioni, ad una campagna di persuasione permanente atta a trasformare l’arte del goveno in campagna elettorale permanente.

Governare tramite i sondaggi diventa così non solo uno strumento per capitalizzare consenso da incassare durante l’appuntamento elettorale, ma un vero e proprio momento della campagna. Se consideriamo le differenze che caratterizzano il governare (processo in cui si individuano finalità intermedie) e il fare campagna (obiettivo precisato nel tempo, la vittoria elettorale) vediamo che con la campagna permanente c’è una sorta di inversione del concetto stesso di rappresentanza istituzionale. Di conseguenza, gestire l’opinione pubblica diventa la priorità dell’attività di governo: è ciò che permette di definire o influenzare i temi di policy making.

Dal punto di vista sistemico, questo comporta la crescita degli apparati presidenziali che si pongono come obiettivo quello di trasformare la popolarità del leader in prestigio o in consenso per le sue politiche. Per riuscire a fare questo, è necessario che vi sia consolidata la consapevolezza dell’importanza che ha l’ascolto dell’opinione pubblica, ed è qui che il sondaggio diventa il mezzo per farlo, o detto alla McLuhan, il “prolungamento del governo.”

In questo senso, i sondaggi confermano ancora di più la forma della personalizzazione, presentando delle problematiche: più che dare voce ai cittadini, quasi indeboliscono le strutture di rappresentanza andando a rafforzare le singole personalità politiche.
La popolarità sancita dai sondaggi consente infatti al leader di fare affidamento sulla forza dell’opinione pubblica per far passare più velocemente le proprie posizioni anche oltre le assemblee legislative o manipolandole, trasformando l’opinione pubblica in risorsa per i governanti.

Nel caso italiano, un esempio per comprendere meglio questo fenomeno storico ed istituzionale può essere quello di Berlusconi per la TV e Salvini per i social media.
Berlusconi ha completamente incentrato sulla spettacolarizzazione sia il mezzo televisivo che la propria campagna elettorale, costruendo la narrazione di un Sé tipica di un leader carismatico pronto ad occuparsi “dei suoi figli”.

Stesso discorso vale per Salvini che ha spostato la campagna elettorale sui Social Media e (seguendo le orme del Movimento 5 Stelle) ha cercato di riavvicinare la gente alla politica, mostrandosi come il leader che mancava alla nazione, quello che, servendosi dei sondaggi, riesce a dare voce all’opinione pubblica ed una sorta di rappresentanza che altro non è se non la capitalizzazione dei consensi derivante dalla sua popolarità mediatica.

La personalizzazione è quindi il tratto più rilevante che accomuna i sistemi politici contemporanei. Da questo punto di vista, i media hanno avuto un ruolo centrale perché la media logic focalizza sulla personalizzazione una parte robusta del funzionamento del media sulla politica. Il sondaggio contribuisce a questo percorso di presidenzializzazione, tanto da diventare uno dei principali strumenti di accreditamento delle personalità politiche.

Il fatto che la copertura mediatica tenda ad essere sempre più incentrata sul candidato fa parlare di una personalizzazione del voto, nel senso che gli elettori votano di più sulla base delle caratteristiche del leader che sui contenuti politici. Nei sondaggi questo si trasforma in personal polls, nel senso che al centro dei sondaggi non ci sono più le issues ma i leader politici in quanto rappresentano il topic stesso della discussione politica.

Questa funzione persuasiva che viene attribuita all’ibridazione del sondaggio alla media logic, fa riferimento all’idea che un cittadino può avere di un leader politico. Ad esempio, a ridosso delle elezioni capita spesso che vengano fatti dei sondaggi predittivi e che questi vadano ad intaccare maggiormente sull’elettorato indeciso, producendo un effetto bandwagon o underdog.

Come abbiamo anticipato prima, ciò che è entra in gioco è il concetto di rappresentanza:
i leader sono quindi chiamati a decidere se essere responsiveness o pandering rispetto l’opinione pubblica. L’idea è proprio quella che l’informazione prodotta dal sondaggio sia una informazione che si situa nella popolarità dell’attore politico. Ciò favorisce questa nuova centralità al ruolo dei sondaggi che ad oggi ci permettono tramite la sentiment analysis di misurare anche il grado di apprezzamento dell’opinione pubblica rispetto alle issues o al leader di riferimento.

Bisogna ricordare, tuttavia, che i sondaggi presentano alcune criticità:
– non rappresentano la totalità delle voci dell’opinione pubblica in quanto rispecchiano solo quelle di chi decide di rispondere al questionario;
– i rispondenti, o il campione intervistato, si esprimono spesso in base a quelle che sono le aspettative dell’intervistatore.
Il dato estrapolato dai sondaggi contiene in sé, quindi, un errore marginale.

In conclusione, i sondaggi restano comunque degli utili ed ottimi strumenti di democratizzazione che possono permettere di riavvicinare i cittadini alla politica, rendere l’opinione pubblica protagonista di quella partecipazione attiva che trasformerebbe la policy making di una qualsiasi amministrazione in qualcosa di condiviso e non imposto.

Caterina Nicolini – articolo originale qui.