Il nido del cuculo: segregazione psichiatrica e malattia mentale

Cento anni fa nasceva Franco Basaglia, lo psichiatra che ha segnato uno dei provvedimenti più significativi della storia democratica del nostro Paese: la legge 180 del 1978 che ha eliminato definitivamente i manicomi.

Nei vecchi manicomi si veniva doppiamente legati: nel fisico e nella mente. Il corpo veniva allacciato ai letti, alle porte, ovunque fosse comodo, oppure costretto nelle camicie di forza o nelle strisce di cuoio. Bisognava impedire ogni movimento, con qualsiasi mezzo. Una specie di paralisi coatta, una sclerosi indotta. Nel contempo, si agiva sulla mente: la ragione veniva annientata con gli elettroshock, con il cloroformio, con gli psicofarmaci.

Lo psichiatra Franco Basaglia. Photo credit: The Guardian.

Nei manicomi non esistevano gli specchi, potevano costituire un pericolo. Ciò comportava, però, un trauma identitario, una totale estraniazione da sé: si entrava distaccandosi per sempre dal resto del mondo, e subito ci si separava dal proprio corpo e dal proprio essere, non potendosi specchiare mai più, neppure in un riflesso di pozza d’acqua piovana.

Non è un mistero che nei governi autoritari la malattia mentale era utilizzata come sistematico strumento di epurazione degli oppositori politici ed anche come mezzo di confino di soggetti scomodi per la comunità civile: omosessuali, adultere, vagabondi, ed altri soggetti invariabilmente appartenenti alle classi più indigenti e indifese della società. Nei regimi peggiori i manicomi divenivano una forma di selezione della razza. Gli internati venivano sottoposti a torture atroci e ridotti a miseri esseri persi nel vuoto, dallo sguardo smarrito in abissi inaccessibili. Povere creature in bilico sulla terra, balbettanti lamenti insensati.

Uno squarcio dell’ex manicomio di Racconigi, in provincia di Cuneo, oggi fortunatemente aperto solo alle visite turistiche. Photocredit: Essere Altrove.

Oggi questi orrori non esistono più. Negli odierni regimi democratici non si pratica l’uso clinico dell’emarginazione. I malati mentali non sono più accumunabili agli internati nei lager ove – come racconta Primo Levi[1] – una delle paure ricorrenti era l’incubo notturno di tornare in libertà e di non essere creduto, non trovando spazio, l’assurdità di quanto accadeva, nella mente dei civili, dei liberi, dei sani.

Ma se è vero che oggi i malati mentali non sono più considerati “matti da legare”, è pur vero che il trattamento farmacologico è ancora la principale forma di cura di questi soggetti. Certo, sono finiti gli orrori delle lobotomie, delle iniezioni di insulina, delle convulsioni indotte elettricamente. Nondimeno la terapia è tutt’ora piuttosto aggressiva, pur quando necessitata.

Pensiamo a chi subisce una doppia segregazione, mentale e fisica: una duplice separazione, per scelta o necessità. Il sociologo canadese Erving Goffmann [2] poneva correttamente sullo stesso piano separazioni di diversa tipologia: carceri, campi di concentramento, ospedali, istituzioni psichiatriche, isolamenti prolungati tipo navi e campi di addestramento, luoghi religiosi chiusi come conventi e abbazie.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito, a seconda delle situazioni concrete in cui ci si viene a trovare (convitti, collegi, centri per recupero tossicodipendenti, case di riposo, ecc.) in un disegno rivolto prospetticamente all’incremento, a prescindere dalle previsioni normative. In tutte le realtà corporalmente separate dal resto del mondo si instaura un rapporto di sottomissione, volontario o obbligato, che implica l’assoggettamento a uno specifico regime di vita, in deroga alle normali condizioni che solitamente connotano l’esistenza della generalità della popolazione. In tali contesti di separazione fisica, l’ulteriore fattore di segregazione della malattia mentale di certo non aiuta. Anzi.

E così può ancora accadere che il soggetto affetto da patologie mentali, anche non gravi, o il soggetto semplicemente “disagiato” nell’ambiente forzosamente chiuso in cui si trova a vivere, venga reso mansueto con l’erogazione massiccia di calmanti o di antipsicotici. E’ chiaro che nelle situazioni bisogna viverci prima di giudicare; le idee vanno “mangiate” come diceva Gaber, prima che proclamate. Dobbiamo anzitutto “indossare i panni” degli operatori che assistono psicopatici violenti e pericolosi: in fondo un po’ segregati lo sono anche loro, nella loro vita lavorativa con i malati. Ma c’è da chiedersi se la segregazione – che costituisce un costo colossale per noi contribuenti – porti davvero a quei frutti sperati per la società.

La prescrizione ed il consumo di psicofarmaci nei Centri di Permanenza per il Ripatrio (CPR) dei migranti in Italia nel 2021. Photo credit: Altreconomia.

In passato esistevano gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, poi aboliti e sostituiti dalle REMS, residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza. Dal 2014 le REMS sono divenute una misura residuale in quanto è stato previsto che l’ingresso in tali residenze possa avvenire solo quando “sono acquisiti elementi dai quali risulta che ogni misura diversa non è idonea ad assicurare cure adeguate e a fare fronte alla sua pericolosità sociale”[3]. Quindi i cosiddetti “rei folli”, detenuti mentalmente “problematici” o ritenuti tali, vengono attualmente internati nelle Articolazioni del carcere per la Tutela della Salute Mentale (ATSM).

Io non ci ho mai messo piede. Mi viene riferito che i detenuti sono imbottiti di farmaci, ma tendo a non credere a quanto non verifico in prima persona. Soprattutto in carcere. Ho il sogno, forse irrealizzabile, di fondare un coro di malati mentali detenuti, gli ultimi della terra. Ho notato, infatti, che nei casi di carenza di lucidità solo la pratica musicale fa miracoli.

Mia nonna (vissuta e morta novantottenne in un piccolo borgo nel pistoiese), superata la fase in cui accoglieva il postino con alte grida, nella incrollabile convinzione che fosse un ufficiale nazista, negli ultimi anni era completamente spenta. Nessun ricordo sembrava riportarla indietro da quell’oblio compatto in cui era caduta. Ma quando le cantavo, ad esempio, “Amor dammi quel fazzolettino” i suoi verdi occhi spenti ritrovavano un guizzo di luce. Ed io intuivo, a tentoni, la ragazza giocosa che doveva esser stata. E così, con le teste vicine, cantavamo insieme all’unisono. Lei, con la sua vocetta acuta e intonata, e io che sempre mi stupivo di come ricordasse perfettamente melodie e testi.

Distribuzione dei centri REMS e ATSM in Italia. Photo credit: Antigone.

In questi giorni ho potuto vedere un video dove il figlio di una persona che conoscevo canta una barcarola romana alla mamma morente. Chissà se anche lui si era accorto che quel pezzo suscitava qualche reazione nel cuoricino, ancora vivo, di sua madre. C’è un legame misterioso tra musica e forme di patologia mentale, soprattutto in quelle minori. Tanti autistici cantano nei cori e nelle formazioni musicali. Ho conosciuto solisti dalla voce limpida e sicura, i quali, nella vita quotidiana, sono incapaci di parlare o risultano “intoccabili”, nel senso letterale: non si fanno toccare.

In realtà, a ben vedere, non solo le attività musicali ma anche le attività di squadra sono di ausilio ad alcune patologie mentali. E’ in corso a Roma un ciclo di minirugby con bambini affetti da malattie di diversa gravità: ho constatato personalmente i progressi fatti. E la gioia nei loro occhi. E quindi ben vengano le manifestazioni inclusive come il Concertozzo di Elio e le Storie Tese che si è tenuto il 26 maggio a Monza in formato “AUT”, al quale (come a tanti altre esibizioni del gruppo milanese) hanno partecipato anche alcune band composte da musicisti autistici. Ben vengano le classi composite con alunni eterogenei, dove i bambini “da sostegno” hanno tanto da dare e tanto da insegnare ai “nati sostenuti”. Sopra ogni cosa: il loro grande amore.

Non è affatto certo – pur in difetto di competenze mediche per giudicare – che la segregazione e la pura terapia farmacologica, soprattutto se sedante, porti necessariamente alla cura o al recupero del malato segregato, con correlato beneficio per la società. Del resto, è innegabile persino dagli oltranzisti della segregazione che il “detenuto folle”, se non recuperato, una volta terminata la pena – e la relativa sedazione farmacologica – torna nella società libera più pericoloso che mai.

Ciò che maggiormente spaventa del rimedio farmacologico prolungato dei segregati è la distorsione del senso del tempo: tutto avviene nel presente. Solo chi è particolarmente forte, o fortunato, riesce ad inserire un determinato evento in un arco temporale, con un prima e un poi, riuscendo a superare quella percezione della realtà piatta e incolore, ove tutto si confonde. Anche l’orizzonte.

Numero di detenuti negli ospedali psichiatrici italiani nel 2016. Photo credit: #Truenumbers

La sensazione diffusa tra gli operatori del carcere è che le patologie psichiche tra la popolazione detenuta siano in costante ed esponenziale aumento e che le risorse a disposizione siano sempre più scarse e inadeguate. Allora si propone di trasferire tutte le competenze alla sanità: in sostanza si ipotizza di toglierli dal carcere e trasferirli in strutture sanitarie adeguate e pensate per i reclusi.

Ma, sinceramente, questo sembra un rimedio peggiore del male: in pratica si tratta di un velato ripristino degli ospedali psichiatrici per i detenuti. Manicomi giudiziari chiamati con un nome diverso, magari politicamente corretto. Oppure piccoli manicomi blindati all’interno di comuni ospedali, ove l’uso del farmaco diviene una sorta di cosmetico psichico per aderire alla società civile.

E allora tocca porsi una domanda: è ancora necessaria la segregazione fisica e mentale? A questa domanda bisogna rispondere coraggiosamente con la speranza. Quella speranza che ha fatto credere a Franco Basaglia che la follia andasse ricondotta nel cerchio della normalità, che l’essere al mondo dei pazzi ha lo stesso valore di quello dei non pazzi, che la società, per dirsi civile, deve accettare la follia quanto la non follia.

Quella speranza che ha fatto sì che il co-protagonista del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” rompesse le sbarre della finestra del manicomio con il macchinario utilizzato per l’elettroshock, dopo aver ucciso, per pura pietà, l’amico del cuore, ormai ridotto a un vegetale. In fondo, siamo tutti in equilibrio sopra la follia.

Note
[1] Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, 1966, cap. V.
[2] Ervin Goffmann, Asylums: le istituzioni totali. I meccanismi dell’esclusione e della violenza, Einaudi, 2010.
[3] Art. 1 D. L. 31 marzo 2014, n. 52, disposizioni urgenti in materia di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari.

1 commento

  1. una riflessione profonda e coraggiosa che induce a pensare come forse la follia, su quella criminale non so, ma l’altra follia del vivere abbia bisogno della socialità , attenta e compassionevole, per poter procedere nella normalità.

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