Dietro le linee: storie quotidiane dal fronte di Leopoli

Esiste una guerra al fronte ma esiste anche un fronte di guerra, ugualmente insidioso. È quello che attraversa l’anima dei cittadini di Lviv (o, come come viene chiamata in Italiano, Leopoli), città in cui mi trovo in questo momento.

Si tratta di una sottile sensazione di inquietudine che traspare dagli occhi e che percepisci nelle parole dei leopolini, poco disposti a parlare del conflitto in corso. Ma quelle poche parole hanno il sapore amaro del rimpianto per una vita cambiata poco più di quattro mesi fa, quando un Paese che non li ha mai amati li ha aggrediti occupando, giorno dopo giorno, un terzo di quel territorio.

Il fronte è lontano da Leopoli, ma qui non c’è nessuno che non abbia un fratello, un cugino o uno zio su di un carrarmato in prima linea a Severodonetsk, Kherson, Melitupol. Te lo dicono con orgoglio e sono incapaci di darsi una spiegazione del perché operai e ingegneri, artigiani e medici, invece che nei loro cantieri, officine o studi, si trovano nel mirino di un cecchino o affondati con i piedi dentro una trincea a 1.000 km da casa.Non c’è la guerra a Leopoli, ma bisogna intendersi bene sul significato della parola. Non ci sono morti per la strada, è vero, ne’ si vedono i combattimenti a cui siamo abituati da mesi, trasmessi in tutte le televisioni e in tutte le lingue del mondo. Sono piovute poche bombe, intelligenti oppure stupide che fossero, qui a Leopoli, e gli allarmi aerei in fondo suonano raramente; i monumenti sono protetti e davanti agli uffici pubblici ci sono cavalli di frisia e sacchetti di sabbia, ma più che altro perché si temeva un attacco da terra da parte delle truppe russe.

La gente passeggia per le strade, i bar sono aperti e i ristoranti pure, anche se alle 21 non servono più da bere e da mangiare. I musicisti per le strade intonano musica pop e quasi ad ogni angolo della città vecchia qualcuno suona il violino. Si potrebbe pensare di essere a Vienna o a Cracovia. Ma Leopoli non è Vienna e non è Cracovia. È una città di 700.000 abitanti divenuti in due settimane 850.000, dopo aver accolto quelli che scappavano dall’est.

A 150.000 persone in piu devi dare un tetto e da mangiare. Ed infatti sono stati requisiti interi palazzi dove “temporaneamente” hanno trovato alloggio i rifugiati. Li puoi vedere nei campi dove lavorano come braccianti (anche se non lo sono, ma qualcosa devono pur fare). I loro figli li vedi nelle scuole primarie, che hanno raddoppiato il numero degli studenti. Oppure li vedi negli ospedali che oramai sono al collasso per i feriti della guerra, e che la città ha accolto, mentre il Covid è sparito completamente dal 24 febbraio ma solo perché hanno smesso di contare i contagiati.

Non è la guerra di Melitupol, Kharkiv o Severodonetsk quella che c’è a Leopoli, o almeno non ancora. Abbiamo capito da subito che nessun Oblast della Ucraina è più al sicuro. Ma proviamo a pensare alla violenza che c’è nelle luci della città che si spengono all’improvviso, alle ronde militari che ti obbligano a tornare a casa; l’umiliazione nel vedere i monumenti impacchettati o di sapere che le opere d’arte, patrimonio della comunità, sono in pericolo e pertanto nascoste nei bunker nella (illusoria) speranza di salvarli da un bombardamento; immaginiamo il timore di chi vive qui, la paura che non ti abbandona mai – ti ci svegli la mattina, ti ci vai a coricare la notte – che un missile “intelligente” colpisca uno di quei bar o di quei ristoranti dove si cerca di ritrovare la serenità perduta.

Questo accade, e non si sa per quanto, nella città dove, fino a quattro mesi fa, si viveva come a Vienna o a Cracovia. Leopoli non è il fronte, no. Ma sa di essere comunque una frontiera, una linea sottile ma evidente, come qualcuno mi ha suggerito.E sa pure che, se questa linea viene attraversata, l’Ucraina è finita.