Restrizioni di provincia: impressioni notturne sul coprifuoco a Cittaducale

Di mestiere, ahimè, non scrivo articoli per Deep Hinterland. Mi ritengo fortunato però. Il lavoro che faccio per campare, cioè il venditore di vini e vizi d’uva assortiti, è tutto sommato un bel lavorare. Le riaperture italiane di maggio hanno di un poco frenato il mio impegno col magazine perché mi sono ritrovato a fare centinaia di chilometri di macchina al giorno a promuovere i miei meravigliosi blend. Ciononostante, in questo magazine ci sono stato fin dal primo giorno e non sarà l’auspicata fine di una pandemia e il ritorno agli antichi riti fasti infausti di frenesia a farmi fuori dal più grande progetto culturale di cui si abbia notizia in Italia dai tempi della nascita del Gruppo 63.

Così, dieci minuti fa, finito di lavorare al computer gli ultimi ordini per i ristoranti che faticosamente hanno iniziato a riaprire, ho preso in mano il quaderno giallo dove butto giù le idee per Deep Hinterland. Prima di iniziare però mi avvicino alla finestra per una sigaretta, perché io se non fumo non riesco a scrivere. Una volta ho rinunciato a scrivere due Poemi che la Mondadori mi aveva già opzionato dopo aver letto che le sigarette creano impotenza. Un conto è una piccola défaillance per un articolo su Deep, un conto due poemi interi che equivalgono almeno ad una fila di ciosbe lunga da qui a Brescello. Il sesso è troppo importante per me, meglio fumare il minimo sindacale.

Mi affaccio per sporcare l’aria frizzante della notte con un po’ di nicotina mista a catrame nei polmoni.  La visione della Piazza di Cittaducale è davvero da togliere il fiato, anche se ormai ci sono abituato e dunque purtroppo non ci faccio neanche troppo caso (abitassi a Fontana di Trevi sarebbe probabilmente la stessa cosa, e mi entusiasmerebbe un casale diroccato nelle campagne di Morlupo). Rumore di passi in lontananza. Giro la testa verso sinistra. Da Via Duca Roberto (D’Angiò, il fondatore del borgo, nel lontano 1308) un ragazzo con una felpa con cappuccio scende lento, distratto e dinoccolato. Cammina con la spavalderia dei suoi diciassette-diciotto anni.

Scorcio notturno di Cittaducale durante il coprifuoco. Foto di Francesco Murador.

Non so chi sia (qui ci si conosce tutti, come in quella canzone di Jovanotti) perché ha il cappuccio della felpa che gli nasconde il volto tipo Kenny McCormick di South Park. È notte ma sono certo della sua giovane età. Ha il modo di camminare che hanno i ragazzi quando smettono di essere bambini ma ancora non si fregano con le frenesie stronze degli adulti. A camminare in questa maniera il primo forse è stato Eminem, che non si sente da un bel po’ e che probabilmente questo ragazzino neanche conosce perché avrà imparato a camminare da qualcun altro il quale a sua volta aveva imparato da Eminem. Dobbiamo sempre più cose di quanto pensiamo, all’hip hop.

Appena Via Duca Roberto si apre in Piazza del Popolo però, succede qualcosa. Il ragazzino smette di camminare ed inizia a correre. Non una corsetta leggera, ma una vera corsa a perdifiato. Passa correndo sotto la mia finestra ed il mio stupore. Traversata la piazza da un punto all’altro poi, ancora più stranamente, il ragazzino arresta di colpo la sua andatura e riprende a camminare come prima. Sto qui, ad interrogarmi sul perché di questa corsa strana, perché di certo deve esserci un senso che non sia la stramberia di un momento. Io ero affacciato dalla finestra, ma lui non mi ha visto. La sua sagoma, ormai lontana, si perde nella notte. Tiro dalla sigaretta e capisco. O, almeno, credo di aver capito.

Cittaducale è piuttosto famosa tra gli urbanisti e gli appassionati delle cose da urbanisti per essere la cosiddetta Città Ideale. Il che vuol dire che la planimetria ed i monumenti del suo Centro Storico sono stati progettati sulla base di simmetrie praticamente perfette. Tre vie parallele la traversano per la sua intera lunghezza mentre cinque vie, due soprapiazza e due sottopiazza, la traversano in orizzontale. In questo modo, le tre vie orizzontali permettono al cittadino di muoversi agevolmente tra le tre strade parallele in lunghezza: Via Duca Roberto (dove, fra le altre cose, si trova il civico di casa mia), Corso Mazzini e Via Roma\Garibaldi (il traversamento in Piazza cambia nome alla via anche se io questa cosa non la accetto a cuor leggero). Due altre vie, una proseguo ideale dell’altra, traversano in orizzontale anche la piazza (Via Mantova e Via Veneto).

La planimetria “ideale” di Cittaducale.

Se questa fosse una storia di guerra, una di quelle guerre di cecchini dalla finestra (e io avessi magari la bravura di Fenoglio nel raccontarla), attraversare la piazza sarebbe di certo la mossa più pericolosa da fare. L’assenza di strutture di protezione rende piuttosto pericoloso l’attraversamento in quanto un eventuale cecchino posizionato su una delle finestre delle strutture perimetrali avrebbe gioco facile a farci fuori come cani randagi. Ma questo non è un racconto di guerra, ricordiamocelo.

Il ragazzo lo sa. Sa che non ci sono cecchini alla finestra. Ma sa anche che in Piazza è meglio correre perché una pattuglia può sbucare imprevista e all’improvviso da una qualsiasi delle strade che qui si incrociano. E anche se per un reato di questo genere non c’è la corte marziale, c’è comunque una multa dai quattrocento ai mille euro che nessuno aspira a portarsi a casa. Non c’è la guerra, ma c’è ancora il coprifuoco. È la pandemia, baby. Spengo la sigaretta e rifletto ancora un po’ dal mio piccolo osservatorio privilegiato sul covid, questa Piazza di Provincia.

La piazza di Cittaducale. Foto di Francesco Murador.

Credo che tra qualche giorno i bambini torneranno a tirare i calci ad un pallone sotto la finestra della mia cucina. A Dio piacendo, tornerà un po’ d’allegria in giro. In tv dicono che non dobbiamo abbassare la guardia, ma che probabilmente il peggio è passato. Tra qualche ora mi vaccinerò. Hanno affidato tutta la faccenda degli Astra e dei Pfizer ad un Generale d’Armata. Io avrei optato per Gino Strada, ma sono punti di vista. La retorica militarista ci si è crogiolata e ringalluzzita, dentro questa infinita tragedia. L’esercito nelle strade, i camion dei militari, il coprifuoco, le zone rosse ed il Generale. Tutto lecito e funzionale. Di fatto i ragazzi dell’esercito sono sempre i primi che si sono ritrovati a scavare durante i terremoti. Lode a loro. Credo però che si sia un po’ forzata la mano nel raccontare questa storia come se fosse una storia di guerra e non di malattia. E che anche se la pandemia fosse stata una guerra, allora forse avrebbe avrebbe fatto più comodo far gestire la distribuzione dei vaccini ad un medico di guerra più che ad un Generale. Sarò sincero: mi dispiace un po’ dare indirettamente ragione alla Murgia su questo tema, visto che la Murgia mi è di solito simpatica come un piede in una pozzanghera.

Il ragazzo correva perché aveva infranto il coprifuoco e perché se infrangi il coprifuoco passando in piazza ti beccano facile. Ma ben presto il coprifuoco, ci hanno detto, verrà abolito. Ho visto questa piazza svuotarsi e silenziarsi, in questi mesi. Respirare un po’ durante l’estate all’ora dell’aperitivo e ripiombare poi tra l’autunno e l’inverno via via entro regole quasi prossime a quelle del primo lockdown. Il che è un po’ paradossale. All’epoca avevamo zero casi da queste parti, mentre durante la seconda fase della pandemia il mio paese di Provincia ha pagato il suo tributo di vite al Covid, pur vivendo in ristrettezze minori come il resto d’Italia. Il mercato paesano del mercoledì e del sabato ora è tornato come una volta, ma ci sono stati mesi in cui era presente giusto Antonio della Frutta perché gli altri non potevano vendere. Quelli dell’abbigliamento invece potevano vendere giusto le cose per bambini, come se un anziano non avesse più bisogno di scarpe durante una pandemia.

La piazza di Cittaducale (dettaglio). Foto di Francesco Murador.

L’Italia divisa in colori è stata diversa dall’Italia del lockdown nazionale, forzatamente più prossima alla normalità forse più per esigenze di cassa che per logica contenitiva. Comunque, mi sono oramai abituato alla visione del vuoto fuori dalla mia finestra. Rossa, Gialla e Arancione, questa Piazza di Provincia sembra aver subito un colpo fatale in questi tredici mesi. Le persone non hanno smesso di incontrarsi, ma ora fanno comunella a distanza di sicurezza. Stanno in fila al supermercato come fosse un appuntamento mondano, e poi di corsa a casa a sentire Burioni in TV o a leggere Scanzi su Facebook.

Non so se la Provincia italiana (di cui Cittaducale è, come è sempre stata nella sua storia, un esempio “ideale” fin dalla sua planimetria) subirà più duramente della Città gli effetti della pandemia. Il lockdown sta per terminare, ma non ci sono fuori da questa finestra milioni di vite pronte a riversarsi in strada per festeggiare uno scudetto. L’Appennino ha subito i suoi cicli di spopolamento dal secondo dopoguerra, uno più drammatico dell’altro.  La pandemia ha tappato a casa i pochi superstiti.

Folla in Piazza a Cittaducale in tempi pre-covid. Foto di Francesco Murador.

Delle volte guardo fuori dalla finestra e quasi non la ricordo più, questa piazza stracolma di gente durante le feste estive, quando dalle città tornano i civitesi sparsi ovunque e la gente si riversa dalle frazioni e dai centri vicini. Temo che, anche dopo il coprifuoco, rimarranno solo silenzio e poche anime di passaggio. Magari giusto un ragazzo dinoccolato che non avrà necessità, a mezzanotte, di mettersi a correre. E quelli che portano i cani a pisciare.

L’analisi completa dello spopolamento e degli effetti della pandemia su di un territorio di provincia come quello in cui io abito forse richiederebbe più spazio. Forse però potrei scrivere un articolo di impressioni e suggestioni su questo tema, uno di quelli che quando li scrivi ti immagini possano far riflettere e discutere. Un articolo di di quelli che ognuno ci fa un po’ quel che vuole perché senza una solida base teorica dicono tutto senza dire forse niente. Sì, forse per una volta basterebbe un articolo così a far capire come si vive un lockdown di provincia.

Chiudo la finestra e mi metto al computer. È mezzanotte e trentasei e tutto va bene. Mi chiamo Maurizio, vivo a Cittaducale, e sono un collaboratore di Deep Hinterland.