Vacanze di Natale tra Pop Art e divergenze di classe

Il 1983 è un anno fondamentale per il mutamento e la formazione della commedia popolare post-Fantozziana. Carlo Vanzina realizza due lungometraggi che negli anni a venire saranno interpretati come i capostipiti di un nuovo modo di fare commedia all’italiana, protagonisti di un immaginario che in seguito sarà chiamato, con fare dispregiativo, Cinepanettone.

Il primo di questi due lungometraggi arriva nelle sale nell’estate dell’83. Si intitola Sapore di Mare ed è un racconto di incontri e scontri familiari ambientato nei soleggiati anni Sessanta. In questo film, i volti iconici di questo nuovo genere cinematografico iniziano già mostrarsi ed affermarsi: Calà e De Sica sono infatti due dei protagonisti principali della pellicola.

Il film ha un inaspettato riscontro positivo al botteghino. Ciò porterà, nello stesso anno, alla realizzazione di un altra commedia, che altro non sarà che la versione natalizia del precedente successo vanziniano: Vacanze di Natale.

Nella patinata e lucente location di Cortina d’Ampezzo, vengono così ad incontrarsi tre nuclei familiari, ognuno specchio di un’Italia spensierata ed eccentrica, immersi nel vivo dell’era del benessere ostentato e dei consumi di massa. Dal un sunto iniziale assolutamente stereotipato, la bidimensionalità dei personaggi però viene manomessa. Crolla lo statuto rigido dello stereotipo al fine di mettere in evidenza le contraddizioni di una nazione.

Claudio Amendola, figlio piacente di una famiglia di macellai (rappresentanti quindi del ceto considerato più rozzo e volgare), possiede il fascino del ragazzo di copertina. Sofisticato e carismatico, ha in tutto e per tutto le qualità del sex symbol da rivista.

Christian De Sica, figlio prediletto di una famiglia borghese, nasconde con un sorriso sornione ed una falsa relazione con una donna idealmente perfetta, un’omosessualità scalpitante.

Le protagoniste femminili del film, apparenti vittime dei tradimenti sessuali dei mariti, posseggono invece arguzia e grosse capacità di messa in discussione, rivelandosi anch’esse predatrici intraprendenti.

Lo stereotipo, la rappresentazione satirica e goliardica di un ceto popolare, figlio della commedia d’autore e dell’iconico Fantozzi, viene quindi ribaltato, mescolato ed incrociato.
Simbolo di questa contraddizione linguistica e visuale è proprio il personaggio di Jerry Calà.

Calà è manifestazione di tutto ciò che nell’immaginario Raeganiano del tempo non dovrebbe essere un uomo ideale: è basso, volgare, poco intelligente, e fisicamente non attraente. Ma Billo, ovvero il personaggio interpretato da Calà, scavalca la sua stessa natura di stereotipo è diventa ciò che lo spettatore davvero non può aspettarsi da lui. Billo è un’icona di libertà sessuale. Brutto, ma esperto ed attivo predatore, il cui carisma è riassunto dal famoso tormentone che caratterizza il personaggio: “non sono bello, piaccio!”

Lo stereotipo non è che una faccia di una società di massa nel pieno delle sue possibilità, ed è solo una dei tanti lati dell’imaginario iconografico che Vacanze di Natale tenta di rappresentare. Cortina, per esempio, non è solo lo sfondo delle vicende messe in scena nel film, ma è un palcoscenico ideologico di una società infusa di brand e prodotti di massa. Cortina, nel suo essere metà mondana per eccellenza, diviene una vera e proprio vetrina della pop art. Vetrine, ristoranti, piste sciistiche, riviste di gossip e riferimenti alla cultura popolare: Cortina è un horror vacui di manifestazioni dell’immaginario di consumo.

Ma la capacità del film di Vanzina non sta solo nel rappresentare e contenere le icone della modernità. Il film riesce anche ad auto-ridefinirsi, e quindi diventare un esplicito prodotto della pop art, grazie ad un’attenta modellazione formale. Il linguaggio audiovisivo di Vacanze di Natale subisce un vero e proprio processo meta-narrativo: esso viene estremizzato, confezionato, reso esplicito nel suo essere un allegorico prodotto di consumo.

Tutto ciò avviene sia attraverso le inquadrature del film (patinate, illuminate e stucchevolmente perfette, come quelle di uno spot pubblicitario) che, e forse soprattutto, dall’insistente e ossessivo uso delle musiche. Ogni scena del film, infatti, viene enfatizzata e accompagnata da sound del periodo e brani pop iconici: da Lucio Dalla a Marcella Bella, dai Gazebo a Vasco Rossi. Raramente la compilation musicale che batte il tempo di questa pellicola smetterà di scorrere, come un giradischi impazzito.

Ma c’è un momento nel film in cui la musica raggiunge il suo picco apologetico, facendo ricongiungere brand ed icone. Calà cerca disperatamente di flirtare con Stefania Sandrelli. Conscia della fama “libidinosa” del buon Billo, questa inizialmente desiste. Ad accompagnare la scena c’è un brano di Mina , “Ancora.” Ma ad un tratto la dinamica cambia, la Sandrelli cita il testo di un’altra canzone, “Vorrei che fosse Amore” (sempre di Mina). Da questo momento parte un botta e risposta citazionista, che si conclude con il bacio tra i due personaggi e il canto sotto la neve di Calà, che intona il brano prima extradiegetico. Ancora una volta, “Ancora” di Mina.

Lo stereotipo, ovvero l’icona sociale, così si ricongiunge finalmente con la forma, ovvero con il brand. L’uomo contemporaneo, immerso inconsapevolmente nel tessuto postmoderno, trova il suo contatto e riconoscimento attraverso la citazione, attraverso il prodotto della cultura di massa.

In conclusione, Vacanze di Natale, lontano ancora da quell’estetica del brutto che caratterizzerà il filone dei cosiddetti Cinepanettoni negli anni a venire, è già un prodotto fortemente legato al tessuto sociale ed immaginifico del suo tempo. Ma è soprattutto un prodotto cinematografico che possiede una consapevolezza sottile nel tracciare un quadro umano satirico e sagace, in perfetta continuità con la commedia d’autore ed il Fantozzi di Salce.

Davide Truchlec